{"id":3493,"date":"2024-05-27T15:58:24","date_gmt":"2024-05-27T13:58:24","guid":{"rendered":"https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/?p=3493"},"modified":"2024-05-28T14:48:31","modified_gmt":"2024-05-28T12:48:31","slug":"urlare-la-rabbia-sulle-pareti-delle-celle","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/spazi\/urlare-la-rabbia-sulle-pareti-delle-celle\/","title":{"rendered":"\u201cUrlare\u201d la rabbia sulle pareti delle celle"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abMaledetta camera e anca\/ quelli che \/ mi a mandato qui che \u00e8 stato due mostri da Sardagna brusati dala polvere de mortali \/ [<em>lacuna<\/em>]omi Rizzot capo \/most[r]o di sardagna\u00bb.<br>Con queste parole Antonio Rizzot di Sardagna, incarcerato per percosse nel 1833, si esprimeva nei confronti della detenzione a cui era stato condannato.\u00a0<br>Il muro della cella diventava l\u2019unico supporto dove poter \u201curlare\u201d tutta la propria rabbia, la frustrazione, la paura, i desideri e la nostalgia dei condannati alla prigione, uno spazio grafico che permetteva di esprimersi liberamente. Le \u00aburla senza suono\u00bb dei detenuti, secondo l\u2019immagine datane da Leonardo Sciascia e Giuseppe Pitr\u00e8 (1999), venivano dipinte o incise sui muri attraverso l\u2019utilizzo di carboncini, pennelli o punte acuminate, lasciando un segno tangibile della propria voce, tracciando immagini, preghiere, invocazioni o semplicemente il proprio nome sui muri della cella.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"684\" src=\"https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_1-1024x684.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3519\" srcset=\"https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_1-1024x684.jpg 1024w, https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_1-300x200.jpg 300w, https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_1-768x513.jpg 768w, https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_1.jpg 1078w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le scritture carcerarie comprendevano messaggi diversi, alfabetici e non. I detenuti potevano scrivere o incidere il proprio nome, la data di arresto, i mesi di permanenza in carcere, oppure &#8211; come Antonio Rizzot di Sardagna \u2013 invettive verso i propri accusatori. Ma non solo. Evocativi sono anche i disegni lasciati dai prigionieri: accanto ad astrazioni si possono trovare oggetti materiali (un cesto di frutta, un viso), ci\u00f2 che si osserva dalle grate della finestra (un paesaggio, la citt\u00e0, una forca) o immagini religiose (una croce, il nome di Dio e di Cristo, i santi). Ricorrente poi \u00e8 il tema della nave che richiama al desiderio di libert\u00e0, di fuga verso orizzonti pi\u00f9 ampi, presente non solamente in prigioni in aree costiere o in quelle che prevedevano la condanna alla galera.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"684\" src=\"https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_2-1024x684.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3520\" srcset=\"https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_2-1024x684.jpg 1024w, https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_2-300x200.jpg 300w, https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_2-768x513.jpg 768w, https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_2.jpg 1078w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Diffusa e continuativa nel tempo, dall\u2019et\u00e0 pi\u00f9 antica alla contemporaneit\u00e0, la pratica del graffito carcerario permette oggi di ricostruire come un determinato ambiente fosse usato \u2013 anche per un periodo limitato di tempo \u2013 come luogo detentivo o di disciplinamento. Le tracce lasciate dai detenuti diventano quindi una fonte per lo storico che intende ricostruire non solamente le caratteristiche istituzionali e giudiziarie di un determinato contesto, ma diventano anche fonti ricchissime per la ricostruzione e l\u2019analisi degli aspetti sociali e devozionali legati alla detenzione. \u00c8 dunque possibile osservare come si crei uno strettissimo dialogo tra la traccia lasciata sul muro e la documentazione conservata presso gli archivi di Stato, comunali, privati e diocesani, che permette allo storico di aprirsi ad una nuova prospettiva di indagine. Questa ha per\u00f2 diversi limiti, che una rigorosa analisi storica non pu\u00f2 tralasciare di considerare. Da un lato emergono le difficolt\u00e0 nella ricostruzione dell\u2019individualit\u00e0 dei singoli detenuti. Dall\u2019altra bisogna considerare le caratteristiche effimere delle scritture carcerarie, dovute al metodo e al materiale con cui vengono redatte e dal supporto stesso che pu\u00f2 essere pi\u00f9 volte intonacato, facendo scomparire parole e disegni di epoche precedenti.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"684\" src=\"https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_3-1024x684.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3521\" srcset=\"https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_3-1024x684.jpg 1024w, https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_3-300x200.jpg 300w, https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_3-768x513.jpg 768w, https:\/\/hl.museostorico.it\/historylabmagazine\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2024\/05\/02_HLM_Topic_3.jpg 1078w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Torniamo, infine, al caso di Antonio Rizzot di Sardagna, che lascia traccia del suo passaggio nella prigione all\u2019interno della Torre della Tromba, a Trento. Il contesto trentino \u00e8 ricco di esempi di scrittura carceraria, in particolare nella citt\u00e0 di Trento (la Torre della Tromba, la Torre Civica o Torre di piazza, le carceri del Castello del Buonconsiglio), a Cles (il Palazzo Assessorile), a Cavalese (Palazzo della Magnifica Comunit\u00e0 della Val di Fiemme) e, in parte, nel Castello di Rovereto (oggi Museo Storico Italiano della Guerra). Sulle loro mura diversi detenuti \u2013 donne e uomini, civili e soldati &#8211;&nbsp; incidono, scrivono, disegnano a partire dal XV secolo fino al XX secolo. Le scritture carcerarie trentine si inseriscono nel pi\u00f9 ampio contesto italiano: i graffiti ci raccontano di uomini e donne, che ci lasciano un nome, una data, una filastrocca, un grido di invettiva o un disegno. Tracce di un passato detentivo che oggi viene studiato e musealizzato, aprendo al pubblico di specialisti e non la possibilit\u00e0 di rileggere e approfondire la storia della giustizia e dell\u2019istituzione carceraria in Trentino attraverso fonti diverse. Una storia che non \u00e8 pi\u00f9 solo storia delle istituzioni ma che \u00e8 anche storia sociale e si avvicina sempre di pi\u00f9 a quella che oggi viene definita la storia delle emozioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Flavia Tudini<\/strong><br>Flavia Tudini \u00e8 ricercatrice post-dottorato presso la Fondazione Bruno Kessler \u2013 Istituto Storico Italo-Germanico di Trento con un progetto di ricerca finanziato dalla Fondazione Caritro sul tema <em>Giustizia, societ\u00e0 e immagini nel sistema detentivo trentino in et\u00e0 moderna (XVI-XIX sec.)<\/em>. I suoi temi di ricerca si riferiscono alla circolazione di informazioni per il governo dei territori della Monarchia spagnola e alle dinamiche di potere tra la sfera ecclesiastica e quella temporale nel viceregno del Per\u00f9 tra XVI e XVII secolo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">(Aggiornato al 28 maggio 2024)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In carcere, il muro della cella diventa spesso l\u2019unico supporto dove poter \u201curlare\u201d tutta la propria rabbia, la paura, i desideri e la nostalgia dei condannati alla prigione. 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