Tutte al voto!

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Il 2 giugno di ottant’anni fa, con un referendum a suffragio universale, l’Italia scelse di diventare una Repubblica. Tuttavia, la lotta per raggiungere il suffragio universale è stata dura e parte da lontano.

Alla fine del settecento Olympe de Gouges firmò in Francia la Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine, ma non andò lontano perché fu ghigliottinata. Da metà Ottocento, poi, ovunque in Europa si costituirono le prime associazioni favorevoli al voto per le donne. Sarà l’Inghilterra a radicalizzare la lotta con la creazione nel 1897 della National Union of Women’s Suffrage Societies, alle cui adepte sarà attribuito il nome dispregiativo di «Suffragette». Attraverso un’intensa campagna fatta di conferenze, cortei, marce spesso violente, alla fine in Gran Bretagna le donne furono ammesse al voto nel 1928. 

In Italia, dalla prima petizione a favore del voto femminile presentata al Parlamento nel 1877 da Anna Maria Mozzoni, pioniera del femminismo italiano, trascorsero altri settant’anni prima che le donne italiane potessero cominciare ad esprimere la propria opinione politica attraverso il voto. È bene ricordare che già nel 1912 con Giolitti si era aperto il primo dibattito sul suffragio universale. Nel 1919 Francesco Saverio Nitti propose l’allargamento del diritto di voto politico e amministrativo alle donne, ma il progetto non arrivò all’esame delle Camere. Quattro anni più tardi, nel 1923, Benito Mussolini, per scopi eminentemente propagandistici, introdusse il suffragio amministrativo femminile che si scontrò, però, con la riforma degli enti locali voluta proprio dal Fascismo: infatti, in seguito all’emanazione delle cosiddette «leggi fascistissime» tra il 1925 ed il 1926, le elezioni per le nomine comunali furono proibite e il Regime sostituì l’elezione alla carica di Sindaco con la nomina governativa del Podestà e del Governatore. 

Il voto alle donne fu definitivamente introdotto nel nostro ordinamento giuridico con decreto luogotenenziale n. 23 del 2 febbraio 1945, che estendeva loro quanto previsto per i maschi dal regio decreto n. 1495 del 2 settembre 1919, ratificando (su suggerimento di Palmiro Togliatti ed Alcide De Gasperi) la proposta del Presidente del Consiglio Bonomi. Bisognerà, quindi, aspettare la fine della guerra perché l’Italia affronti il problema. Infatti, costituito il Governo di Liberazione Nazionale, le donne si attivarono per entrare a far parte del corpo elettorale, considerando la questione ormai «inevitabile», visti i tempi: la prima richiesta nell’ottobre 1944 fu della Commissione per il voto alle donne dell’UDI, che successivamente si mobilitò per ottenere non solo il diritto di voto ma anche quello di eleggibilità. 

In realtà, le italiane furono chiamate alle urne già il 10 marzo, in occasione delle prime elezioni amministrative in 436 comuni. L’estensione del voto alle donne fu prevista con il suddetto decreto legislativo luogotenenziale n. 23, che ordinò la compilazione di liste elettorali femminili distinte da quelle maschili ed escluse dal diritto di voto le prostitute schedate che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati». Per sancire l’eleggibilità delle donne servirà un decreto successivo, il n. 74 del 10 marzo del 1946.

Non bisogna dimenticare che le donne elette alla Costituente il 2 giugno 1946 furono 21 su 226 candidate, pari al 3,7%, un gruppetto sparuto che sarà ricordato come «madri costituenti».

Certificato elettorale di Enrica Battisti

Queste ventuno elette avevano un’età media di quarant’anni: la più anziana fu Angela Merlin, detta Lina, che ne aveva sessantacinque, la più giovane Teresa Mattei di venticinque. Alla Costituente si incontrarono due generazioni, la prima composta da donne nate tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e la Grande Guerra, che ricevettero la loro prima formazione, compresa quella politica, nell’Italia pre-fascista: le democristiane nell’Azione Cattolica e nella FUCI, condivisero le medesime esperienze; le laiche si formarono nei Partiti socialista e comunista, nella maggioranza dei casi, queste ultime, pur condividendo i sacrifici imposti dalla militanza clandestina, rimasero lontane l’una dall’altra, vissero in Paesi diversi, stettero per lunghi anni fuori dall’Italia, in qualche caso si incontrarono nelle carceri, nelle isole al confino o nei gruppi dell’immigrazione all’estero. Un gruppo meno numeroso raccolse le giovani nate durante o a ridosso della Grande Guerra, che si formò nel Ventennio e compì la scelta politica tra il 1943 e il 1945 nella Resistenza. Quelle generazionale e politica non sono le sole differenze, ci sono anche la provenienza sociale e il livello di istruzione. Si contano ben quattordici laureate, una percentuale alta per l’epoca, la maggioranza in materia umanistiche, fa eccezione Maria Maddalena Rossi con una laurea in chimica. Tra queste, numerose le insegnanti le quali, in più di un caso, potevano vantare un buon curriculum, molte furono anche pubbliciste, qualcuna approfondì gli studi in Italia e all’estero. Un’altra componente fu costituita da operaie e impiegate, che condussero percorsi scolastici brevi o più modesti, colmando poi le lacune nel corso degli anni, come dimostrano le biografie delle comuniste più anziane, con la frequenza delle scuole di formazione quadri in URSS. Solo Maria Fiorini Nicotra e Ottavia Penna furono casalinghe.

Spesso dimentichiamo cosa sia accaduto ottant’anni fa. Il 2 giugno 1946 fu il giorno di una rivoluzione, il giorno in cui le donne segnarono la storia e conquistarono con le loro stesse forze diritti che nessuno voleva riconoscere loro, poiché considerate inferiori ed incapaci.

(Aggiornato all’8 ottobre 2026)

Beatrice Primerano
Laureata in giurisprudenza e dottore di ricerca in Studi Giuridici Comparati ed Europei presso l’Università degli Studi di Trento, è attiva collaboratrice della Fondazione Museo Storico del Trentino nonché docente nella Facoltà di Giurisprudenza di Trento.