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#tuttimaschi?

  • Negli anni sessanta andavano di moda i film a episodi. Cesare Zavattini, padre del neorealismo, ne cura uno spulciando fra le lettere ai giornali raccolte da Gabriella Parca nel libro Le italiane si confessano. Il film, uscito nel 1961, si intitola Le italiane e l’amore. Italiane? Ma dove? Spicca agli occhi la presenza di una sola regista donna, Lorenza Mazzetti.

    Le italiane e l'amore (Magic Film; Pathé)

  • Nel 1965 la grande documentarista Cecilia Mangini realizza il suo reportage Essere Donne. Pur mostrando senza reticenza situazioni al di sotto della soglia di povertà e mestieri umili e ripetitivi, il film è una lode (marxista) della dignità del lavoro, anche come fondamento dell’indipendenza femminile.

    Essere donna (Unitelefilm)

  • Quando si dice Nouvelle Vague si pensa subito a Jean-Luc Godard, François Truffaut, Claude Chabrol... #tuttimaschi anche qui? E se invece fosse stata una donna a inventare questa rivoluzionaria corrente artistica? Il film La pointe courte (1955) di Agnès Varda, girato a Sète, in Costa Azzurra, precede tutti i lungometraggi dei cineasti sopraccitati.

    La pointe courte (Ciné-Tamaris)

  • Agnès Varda sviluppa un modo di fare cinema unico: usa la macchina da presa come un diario, si esprime timida ma decisa sussurrando “io”, dichiara il suo amore per il piccolo e il quotidiano. In questo fotogramma del documentario Les glaneurs et la glaneuse (2000) una mano diventa un paesaggio. La vita è esplorazione del sé, è un raccolto di immagini sciupate, di ricordi appassiti.

    La vita è un raccolto (Ciné-Tamaris)

  • Molte documentariste si sono appropriate di questo modello di fare cinema unico ma condivisibile. In Un’ora sola ti vorrei (2002) Alina Marazzi presta la propria voce alla madre morta suicida, ne legge i diari e le lettere. È una storia privata, intimissima eppure universale, che ci parla di auto-rappresentazione, obblighi borghesi, vocazione materna e amore filiale.

    Sub (pubblico dominio)

  • Un’ora sola ti vorrei è un film di montaggio di materiale d’archivio. Il ruolo di montatore è un mestiere del cinema che le donne hanno occupato da subito, forse perché è un lavoro di taglia e cuci, culturalmente associato all’idea di una professione “al femminile”. Montatrici come Ėsfir' Šub (nell’immagine) sono state capaci di appropriarsi di questo compito per rigiocarlo dentro e contro lo stereotipo di genere.

    Sub (pubblico dominio)

  • Sapevate che Lo squalo di Steven Spielberg (1975) è montato da una donna, Verna Fields? Sembra un film “maschile” come pochi: tre uomini (un poliziotto, un oceanologo e un pescatore) sfidano un mostro dei mari. E invece… Fields aggiunge un’idea semplice ma geniale che ha a che fare col fuoricampo: non è meglio se lo squalo si vede il meno possibile? Non si sente ancora di più la sua presenza?

    Verna Fields (Universal Pictures)

  • Squali a parte, fortunatamente oggi il cinema sa riconoscere e premiare le autrici. E la storia del cinema si preoccupa con sempre maggiore attenzione di recuperare dal fuoricampo figure che erano uscite dall’inquadratura non per loro scelta. Women Make Film (Mark Cousins, 2018) dimostra quanto questa storia sia lunga e bella da raccontare.

    Cousins (BFI Player, materiale promozionale)

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