Nel pigro flusso di un Primo maggio televisivo, all’improvviso un’apparizione sgargiante: Sfera Ebbasta sta salendo sul palco, acclamato da una Piazza San Giovanni che sembra essere lì solo per lui. L’utente medio del Concertone – che ci immaginiamo over 35, di sinistra, cresciuto a Modena City Ramblers e cantautori – è perplesso. Da dove è saltato fuori questo?
In realtà, nel maggio 2018 Sfera Ebbasta è già l’artista più ascoltato in Italia. Solo che fino a quel momento lo si è visto poco in televisione e nei canali che una volta avremmo detto “ufficiali”: il suo successo è montato attraverso i social, YouTube, Spotify, e quando la bolla è esplosa – con la pubblicazione dell’album Rockstar, in gennaio – il mainstream si è di colpo popolato di tatuaggi appariscenti e grillz dorati sui denti. L’Italia ha scoperto la trap.
La perplessità dell’utente medio del Concertone muta presto in indignazione. “Ma che c’entra con il Primo maggio?!” si sfoga sui social. L’obiezione è allo stesso tempo stilistica e ideologica. Esiste ormai nel senso comune un prototipo della “musica da Primo maggio” talmente radicato che è possibile farne la parodia (come hanno fatto Elio e le Storie Tese nella loro memorabile “Complesso del Primo maggio”).

Sfera, con la sua costosa giacca di Gucci, ne è evidentemente distante anni luce: usa l’AutoTune, ha le basi e molte parti in playback, si muove per il palco più per incitare il pubblico che non per cantare. E del resto nessuno sta “suonando”, almeno nel senso tradizionale del termine (c’è però un DJ).
Superato il primo shock, il nostro utente medio si concentra sul testo. Tutto gli sembra incredibilmente fuori posto, sbagliato: “Tran tran” – il pezzo con cui Sfera sta aprendo il set – è una specie di canzone-manifesto, una violenta celebrazione della propria mitopoiesi e di quella di tutta la trap in Italia.
La S, la F, la E, la R, la A
Non far finta di niente
Hai sentito parlarne nella tua città, ehi
Non mi frega di niente
Non c’entro col rap, no
Con quello e con l’altro
No, scusa, no hablo tu lingua
Ma sicuro piace a tua figlia
Sicuro, è da un po’ che sta in fissa col trap
(Tran Tran)

Molte delle altre canzoni in scaletta esaltano l’ascesa di Sfera da un’adolescenza difficile vissuta alla periferia di Milano, a una nuova vita fatta di donne, sesso e vestiti costosi.
Eravamo in un parchetto in 30
Pensavamo: cazzo ce ne frega
E non avevo più testa già in terza media
Fanculo alla prof che mi stressava
Ho sempre immaginato una fine diversa
Quando i soldi non bastavano per la spesa
Quando poi è morto il pa’ ho detto: sono un uomo
Anche se non mi son riuscito a tenere un lavoro
[…]
E mi è tornato in mente che non avevamo niente
Nelle tasche solamente le mie mani fredde
Qualche sogno infranto e le sigarette
Ora siamo sulle stelle coi tatuaggi sulla pelle
Non ci pentiremo da vecchi perché saremo ricchi per sempre
(Ricchi x sempre)
Abituato ad appelli di metalmeccanici e “su le mani per Bella Ciao”, l’utente medio è ora al culmine dell’indignazione. Il fuoco della polemica già sta montando quando Sfera – il giorno dopo – ci versa sopra la proverbiale benzina. In un Twitter rivendica di essere salito sul palco non con uno ma con due Rolex al polso.
Le reazioni sui social sono molte e variegate. Da un lato, ovviamente, vince l’interpretazione dell’insulto ai lavoratori, spesso condito di malcelati pregiudizi di classe nei confronti di Sfera e colleghi. Dall’altro, i fan difendono la narrazione proposta dallo stesso Sfera, e la legittimità della sua collocazione dentro la Festa dei lavoratori: il trap boy è un self-made man, ha lavorato duramente (la parola chiave è proprio lavoro) per ottenere quello che ha ottenuto. Lo mostra benissimo questo scambio su Twitter.
SFERA (@Sferabbasta): Nessuno mi ha mai regalato niente e sono orgoglioso di essere un povero arricchito. Mi sono sudato tutto quello che ho e ancora mi ricordo quando a casa avevamo 150€ per fare la spesa di tutto il mese e mangiavamo o pasta o latte ogni sera.
NIC (@bythesea__): Chissà quando stavi in questa situazione cosa ne avresti pensato di uno che si vanta di indossare due Rolex durante la giornata simbolo dei lavoratori
SFERA: Avrei pensato che grande, ha lavorato sodo@AuroraBacchi
Io avrei fatto la stessa cosa: se io diventassi ricca mi comprerei tanta di quella roba e mi sentirei orgogliosa di mostrarla al mondo solo per mostrare a tutti ciò che mi sono guadagnata con sudore e non per creare invidia!!
Al di là delle diverse posizioni, la vicenda di Sfera Ebbasta al Concertone 2018 è incredibilmente efficace per riflettere sul legame tra canzone e impegno nell’Italia contemporanea.
Nel contesto di un generale discredito degli intellettuali italiani nei confronti della popular music che ha radici molto profonde e complesse, a partire soprattutto dagli anni sessanta del Novecento la cultura di sinistra ha attribuito una grande importanza a una certa etica della canzone. Questa visione, maturata negli anni della contestazione, rifiutava la dimensione dell’intrattenimento a vantaggio di una musica che proponesse dei contenuti, che fosse impegnata; che si opponesse al disimpegno delle canzonette di Sanremo e ambisse a raccontare la realtà in tutte le sue sfaccettature, magari per contribuire a cambiarla. Da una prospettiva di sinistra, l’etica della canzone si sovrappone dunque alla sua estetica: non c’è valore possibile se non nei brani che veicolano un messaggio di un certo tipo.
Questa ideologia della canzone – che è appunto un’ideologia, e che dunque ci invita a tentare di decostruirla, a capire perché le cose stanno così e non in un altro modo – è sopravvissuta anche nell’era post-ideologica. L’idea stessa di un concerto organizzato dai sindacati ne è parte, così come ne sono parte le aspettative del nostro utente medio cresciuto a pane e Fabrizio De Andrè. E del resto, molta della più celebrata cultura di sinistra del Novecento si è dedicata a raccontare il mondo di quelle che, con Gramsci, possiamo chiamare le “classi subalterne”: la canzone, il cinema, la letteratura come denuncia, come mezzo per dare voce a chi voce non ha, agli sfruttati, ai lavoratori salariati, agli “ultimi”.
Ma che succede se gli “ultimi” prendono la parola e quello che dicono non ci piace? Che succede quando le aspirazioni delle classi subalterne non sono l’equità salariale, ma l’acquisto di due Rolex e di un completo di Gucci? Perché il realismo va bene finché è nel raffinato bianco e nero di un Pasolini, e non se ci arriva nei colori fluo di Sfera Ebbasta?

Da un lato, il personaggio Sfera Ebbasta è perfettamente in linea con la società post-capitalistica e i suoi valori o disvalori: l’individualismo, l’edonismo… Dall’altro, nessun genere come la trap ha saputo (o voluto) raccontare senza paternalismo le ambizioni e la realtà di molti adolescenti delle periferie, anche rappresentando posizioni che sono – o che dovrebbero essere – politiche. Come nel caso di Ghali, l’unico in grado di contendere il ruolo di “king” della trap a Sfera Ebbasta in quegli anni, e primo italiano di seconda generazione a raggiungere un successo di massa nel nostro Paese.
Certo, la trap (non solo italiana) aderisce a un modello di realismo che agisce in uno spazio ambiguo, in cui la denuncia sociale è surclassata dall’attitudine gangsta e dall’autocelebrazione, soprattutto dopo il raggiungimento del successo. Ma cercare di sciogliere questa contraddizione – ovvero, decidere se i contenuti della trap sono da ritenersi una forma di realismo urbano e adolescenziale o un’apologia della pornografia, della violenza e dell’edonismo – significa non riconoscere le specificità della trap stessa. Il fatto che queste vite, questi suoni e queste aspirazioni non coincidano con i nostri, e siano incompatibili con il nostro sistema di valori – e uso questa prima plurale per indicare il “nostro” gruppo sociale di educatori e utenti medi del Concertone, di sinistra – è naturalmente un problema politico.
Quell’apparizione pomeridiana e fluorescente sulla tv nazionale sembrava dimostrare l’ineluttabile decadenza della canzone italiana, del Primo maggio, dei giovani d’oggi e delle relative ambizioni. Al contrario, essa ci stava parlando della crisi delle categorie che la sinistra – qualunque significato vogliamo dare a questa locuzione – ha usato per osservare e valutare la musica, e per trovare in fondo il proprio posto nel mondo. Mai come oggi molte di quelle categorie – o ideologie – sembrano apparirci del tutto inadeguate a raccontare la realtà. Figuriamoci a cambiarla.
Jacopo Tomatis
Musicologo, giornalista, musicista. Jacopo Tomatis insegna Popular Music all’Università di Torino. Redattore del Il Giornale della musica, vincitore nel 2017 del premio Tenco per la miglior opera prima con il progetto Lastanzadigreta, nel 2019 ha pubblicato per Il Saggiatore Storia culturale della canzone italiana.
(Aggiornato al 13 aprile 2023)
