Il Cile e l’Italia (nelle riflessioni) di Enrico Berlinguer

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Il 28 settembre 1973 il settimanale Rinascita pubblica il primo dei tre articoli che compongono le Riflessioni dopo i fatti del Cile di Enrico Berlinguer. Da un anno e mezzo Berlinguer è il segretario del Partito Comunista Italiano, il più forte ed importante tra i partiti comunisti del mondo occidentale che in quella fase storica stava elaborando una nuova strategia politica fondata sul dialogo e il confronto con il mondo cattolico e con il ceto medio, politicamente principalmente con la Democrazia Cristiana. Significativo, in tal senso, che le parole che concluderanno le Riflessioni si riferiranno esplicitamente ad un “nuovo grande ‘compromesso storico’ tra le forze che rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”. 

Il colpo di Stato cileno dell’11 settembre 1973, l’esito e la conclusione drammatica dell’esperienza del governo di Unidad Popular di Salvador Allende, ha un rilievo davvero importante per l’Italia e per lo sviluppo successivo della politica del nostro Paese. Si può discutere se ne sia stato il fattore determinante, ma non si può negare che la “lezione cilena” sia una componente fondamentale di quella svolta. Ciò anche prima del golpe e delle sue conseguenze al punto che Giancarlo Pajetta, importante dirigente del PCI e responsabile della politica estera, pochi giorni dopo l’elezione a presidente di Salvador Allende, avvenuta il 24 ottobre 1970, si riferisse al Cile come il “paese più europeo dell’America del sud”. Allende, sostenuto da comunisti, socialisti e movimenti della sinistra cattolica, aveva vinto con il 32.6% dei consensi. La DC cilena, risultata con il proprio candidato terza forza, dopo aver contribuito con i propri voti all’elezione a presidente del leader socialista, si era divisa tra la componente disponibile a sostenere Allende, fino ad entrare nel suo governo, e l’ala moderata di Eduardo Frei. Quest’ultima posizione, anche per l’intransigente chiusura da parte di Unidad Popular, socialisti in testa, andò a rafforzarsi e diede vita ad un’opposizione durissima. Più tardi, non senza divisioni e lacerazioni, la DC cilena di Frei arrivò a salutare il colpo di stato di Pinochet, nella speranza che, una volta abbattuto Allende, i militari consegnassero ai partiti moderati il governo del paese. 

Il PCI, ma ciò riguarda anche la DC italiana, seguirono con particolare attenzione l’evolversi della situazione e le crescenti difficoltà che caratterizzarono il Cile e la presidenza Allende. Il Cile era terreno di scontro, di reciproche accuse, di polemiche accese, ma anche di colloqui e riflessioni tra i vertici dei due partiti. L’interesse per il Cile era sicuramente legato ad un certo parallelismo e alla vicinanza che i partiti fratelli avevano tra di loro.

Nelle Riflessioni di Berlinguer, post golpe, troviamo molti dei temi e delle analisi che avevano caratterizzato il periodo precedente. È solo nel primo articolo, intitolato Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, che si fa riferimento all’11 settembre, mentre gli altri due articoli si riferiscono alle conseguenze da trarre da quella drammatica “lezione” e alla situazione italiana: il secondo con il titolo Vita democratica e violenza reazionaria e il terzo, conclusivo, Alleanze sociali e schieramenti politici.

Ciò che è avvenuto in Cile, sostiene Berlinguer, è un “fatto di portata mondiale”, che impone interrogativi e riflessioni a tutte le forze popolari e democratiche. Innanzitutto per il ruolo avuto dagli Stati Uniti d’America, intervenuti in modo decisivo a favore di Pinochet a causa dei grandi interessi economici che avevano nell’area e della strategia di impedire che nel continente americano potesse palesarsi una seconda Cuba.

Non sfugge, a Berlinguer, la differenza tra il Cile e l’Italia: differenze sociali, economiche, ma anche rispetto agli ordinamenti statali (presidenzialismo e parlamentarismo) e negli orientamenti delle forze politiche.

“Ma insieme a differenze vi sono anche delle analogie, e in particolare quella che i comunisti e i socialisti cileni si erano proposti anch’essi di perseguire una via democratica al socialismo”. 

Qui è il nocciolo della questione. E da qui parte la riflessione che ripercorre, in termini positivi per la situazione italiana, l’esperienza della Resistenza unitaria contro il nazi-fascismo, che ha visto sinistre e cattolici impegnati nella lotta partigiana e nell’approvazione successiva della Costituzione repubblicana.

Forti di questo precedente, di questo straordinario patrimonio comune che appartiene alle forze popolari e democratiche, e nonostante le oscillazioni e le tentazioni conservatrici che sono emerse in particolare nella condotta e nella strategia della DC, è evidente che le conseguenze da trarre della “lezione cilena” indicano una strada complessa quanto obbligata. Che è sicuramente legata, come recita il titolo dell’ultimo articolo, alle “alleanze sociali” e agli “schieramenti politici” resi necessari dalla situazione italiana. Nel primo caso trova spazio l’attenzione ai ceti medi, che proprio i fatti cileni dimostrano essere stati determinanti per far fallire l’esperimento di Allende. Nel secondo caso, ovviamente, il rapporto con il mondo cattolico e la DC. 

Non vi può essere una strategia delle riforme, potremmo dire strutturali, se essa non è sorretta da una strategia delle alleanze.

Ecco il cuore della riflessione berlingueriana:

“Se è vero che una politica di rinnovamento democratico può realizzarsi solo se sostenuta dalla grande maggioranza della popolazione, ne consegue la necessità non soltanto di una politica di larghe alleanze sociali ma anche di un determinato sistema di rapporti politici, tale che favorisca la convergenza e una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari, fino alla realizzazione fra di esse di una alleanza politica.

D’altronde, – continua Berlinguer – la contrapposizione e l’urto frontale tra i partiti che hanno una base nel popolo e dai quali masse importanti della popolazione si sentono rappresentate, conducono a una spaccatura, a una vera e propria scissione in due del paese, che sarebbe esiziale per la democrazia e travolgerebbe le basi stesse della sopravvivenza dello Stato democratico.”

Il Cile insegna, parliamo ovviamente del contesto storico degli anni settanta, che “sarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51 per cento dei voti e della rappresentanza parlamentare, questo fatto garantirebbe la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51 per cento”.  

Constatazione fondamentale per mettere in campo la strategia del compromesso storico, con tutte le sue conseguenze sulla storia politica italiana.

(Aggiornato al 27 settembre 2023)