Nel Trentino dell’Ottocento, durante l’estate migliaia di donne e ragazze lasciavano le proprie case prima dell’alba per recarsi a lavorare in filanda. Oggi di questa pagina della nostra storia economica resta al massimo un ricordo sbiadito. Al di fuori della cerchia degli storici e degli appassionati, queste vicende sono state rimosse dalla memoria collettiva.
Eppure si tratta di un tassello fondamentale: spiega come numerose famiglie, costrette a un’agricoltura di mera sussistenza, riuscissero a resistere e sbarcare il lunario proprio grazie al reddito garantito dalle donne impiegate nella trattura della seta. Il lavoro iniziava a giugno, dopo che nelle case contadine si era concluso l’allevamento dei bachi e le filande avevano ricevuto i primi bozzoli, e proseguiva per due-tre mesi. Nelle filande maggiori, soprattutto nella seconda metà del secolo, l’occupazione smise di essere stagionale per protrarsi anche per nove mesi all’anno.
È proprio nell’industria della seta che le donne trentine incontrano per la prima volta l’organizzazione di fabbrica. Il lavoro era duro e i ritmi serrati. Sei giorni su sette, alle quattro-cinque del mattino, bisognava avviarsi allo stabilimento: al suono della campanella ci si doveva far trovare già pronte alla bacinella assegnata. Nel Roveretano di metà Ottocento si restava in filanda anche sedici ore al giorno, a fronte di quattordici ore di lavoro effettivo. Solamente negli anni Ottanta dell’Ottocento le riforme legislative austriache ridussero la giornata lavorativa a dodici ore effettive (un’eccezione rispetto alla norma generale che vietava di superare le undici ore nelle fabbriche). Tuttavia, non mancarono le filande capaci di ottenere il permesso di prolungare la giornata fino a tredici ore.

Con orari simili, l’occupazione in filanda era incompatibile con la cura dei figli, della casa e con il lavoro nei campi. Per questo è raro – per quanto non impossibile – trovare donne sposate o madri tra le filatrici. In fabbrica venivano mandate le figlie giovani, ancora nubili, che in questo modo potevano contribuire al sostentamento della famiglia e mettere da parte una piccola dote per il matrimonio. Sfogliando i registri di alcune filande trentine si incontrano così ragazzine di undici o dodici anni, un impiego precocissimo fermato solo dalle riforme degli anni Ottanta, che introdurranno il limite dei quattordici anni.
A una neoassunta servivano quattro o cinque anni di apprendistato per diventare ‘maestra filatrice’. Il compito della maestra era disfare il lavoro del baco: immersi i bozzoli nell’acqua calda, doveva dipanare e unire più filamenti per formare il filo di seta greggia da avvolgere sull’aspo. Ma non bastava seguire un filo per volta: bisognava formarne due o anche quattro contemporaneamente, prestando costante attenzione. Era un lavoro sfiancante. La maestra filatrice sedeva per ore con le mani nell’acqua bollente, respirando i vapori maleodoranti delle bacinelle. Ma non andava meglio alla giovane ‘menaressa’, costretta a stare in piedi tutto il giorno per far girare l’aspo, per arrestarlo prontamente non appena un filo si spezzava e doveva essere riannodato. Dove la menaressa era sostituita dalla forza del vapore, nasceva una nuova mansione: la ‘scopinatrice’, che spazzolava i bozzoli per preparare il capofilo alla maestra. Anche nelle filande più avanzate, però, la formazione del filo continuava a dipendere dall’abilità umana.

Date le pesanti condizioni e la paga misera, non sorprende che proprio le filandaie siano state protagoniste dei primi scioperi nella storia del lavoro trentino. Emblematico è il caso delle operaie della filanda Chimelli di Pergine, che ne riflette la precaria situazione: nel 1885, in trecento incrociarono le braccia. La richiesta era che le ore di lavoro, appena ridotte per legge a dodici, fossero riportate a tredici, pur di non subire una decurtazione del salario.
Grandi stabilimenti richiedevano una ferrea disciplina e un sistema di sorveglianza. Ed è qui che emerge una figura atipica per la fabbrica ottocentesca, dove l’autorità era di solito riservata agli uomini: la sorvegliante, chiamata anche soprastante o direttrice nei documenti dell’epoca.

Il suo compito era controllare che il lavoro procedesse spedito, ma che fosse fatto con cura, perché la produttività non poteva andare a scapito della qualità del filo. Erano donne, spesso nubili ma talvolta anche madri di famiglia, che godevano di una notevole considerazione sociale. Ricevevano uno stipendio pari a due-tre volte quello di una maestra filatrice, oltre a vitto, alloggio, rimborsi viaggio e laute mance.
Ecco, dunque, emergere da una pagina quasi dimenticata un inatteso ruolo economico e un’autorità femminile che rimette in discussione il tradizionale mito della donna ottocentesca confinata unicamente alle mura domestiche.
(Aggiornato al 14 maggio 2026)
Cinzia Lorandini
Cinzia Lorandini è professoressa presso l’Università di Trento, dove insegna storia economica e storia economica del turismo. I suoi principali ambiti di studio riguardano la storia d’impresa e la storia del lavoro tra età moderna e contemporanea, con particolare riferimento all’area alpina.
