Se la guerra del Vietnam è stata, come si dice spesso, la prima “guerra televisiva”, i conflitti che hanno incendiato la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio – dai Balcani all’Afghanistan, dal Medio Oriente all’Africa – hanno trovato nella fotografia non solo un mezzo di cronaca, ma una vera e propria fonte primaria per la storiografia contemporanea. È su questo crinale, sottile e tagliente come un filo spinato, che si muove la mostra antologica “Diario dal fronte. Livio Senigalliesi 1991-2020”, inaugurata il 9 ottobre 2025 presso il Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto.
L’esposizione, curata dal Museo in collaborazione con l’autore, non è una semplice galleria degli orrori o una celebrazione del coraggio dei reporter. È piuttosto un’indagine metodologica su come l’immagine fissa possa fermare il tempo frenetico delle Breaking News per trasformarsi in documento storico, prova giudiziaria e, infine, memoria collettiva.
Oltre l’istante decisivo: Il Fotoreporter come testimone
Livio Senigalliesi (Milano, 1956) appartiene a quella stirpe di fotografi che rifiutano l’etichetta di “cacciatori di immagini” per abbracciare quella di testimoni consapevoli. La sua carriera, iniziata documentando le lotte sociali italiane degli anni Settanta e proseguita sui fronti più caldi del globo, si inserisce nella tradizione della Concerned Photography, quella fotografia “partecipe” che vede in Robert Capa o James Nachtwey i suoi numi tutelari.
Immagine “Ritratto”
Dida: Ritratto Livio Senigalliesi, 1991, Croazia
Ma a differenza del “Soldato Turista” – figura analizzata nella precedente mostra sui legionari in Indocina, che fotografava per “addomesticare” l’esotico e rimuovere il trauma – Senigalliesi usa la macchina fotografica per rivelare il trauma. Il suo approccio è antropologico: vive con i soggetti, condivide il freddo e la fame, torna sui luoghi del delitto anni dopo.
Un esempio lampante presente in mostra è lo scatto realizzato a Cukurca, sul confine tra Iraq e Turchia, nella primavera del 1991. Siamo nel pieno dell’esodo curdo post-Guerra del Golfo. La foto mostra una massa di disperati che assalta un carico di aiuti umanitari. Ma il “fuori campo” raccontato nella didascalia (e nell’audioguida narrata dallo stesso autore) trasforma l’immagine in una denuncia: mentre Senigalliesi scattava, i soldati turchi aprirono il fuoco sui profughi per sedare la rissa. Un ufficiale puntò la pistola alla testa del fotografo per sequestrargli il rullino. Quella foto, salvata per miracolo, non è più solo un’immagine di “folla”, ma la prova documentale di una repressione militare violenta contro civili inermi.
Sarajevo 1996: La fota che ha fatto la Storia
Ogni grande reporter ha uno scatto che diventa icona, un’immagine che trascende il contesto specifico per diventare simbolo universale. Per Capa fu il miliziano spagnolo colpito a morte; per Nick Ut la bambina ustionata dal napalm in Vietnam. Per Senigalliesi, quel momento è fissato al 18 marzo 1996, nel quartiere di Grbavica a Sarajevo.

È l’ultimo giorno di guerra. O meglio, il primo di una pace armata sancita dagli accordi di Dayton. Il quartiere deve passare sotto il controllo bosniaco-musulmano e i nazionalisti serbi, in ritirata, stanno bruciando le case per non lasciarle al “nemico”. Senigalliesi si trova lì, ospite della famiglia Topic: Miograd (serbo) e Budinka (musulmana). All’alba, i vicini danno fuoco al loro appartamento. La foto in mostra cattura Miograd nel cortile, un secchio d’acqua in mano, mentre lotta disperatamente contro le fiamme che divorano la sua vita. Non ci sono soldati, non ci sono esplosioni. C’è solo un uomo che cerca di salvare la normalità in un mondo impazzito. Questa immagine, che fece il giro del mondo, ci ricorda che la storia della guerra non è fatta solo di strategie militari, ma di biografie spezzate. È una fonte storica insostituibile per comprendere la “pulizia etnica” non come concetto astratto, ma come prassi quotidiana.
La Guerra chimica e la memoria lunga: Dal Vietnam ai Balcani
Una sezione della mostra crea un cortocircuito temporale e geografico di straordinaria potenza, collegando il Vietnam ai Balcani attraverso il filo rosso delle conseguenze a lungo termine dei conflitti. Se la mostra precedente (“Vietnam dimenticato”) ci aveva mostrato lo sguardo dei legionari, Senigalliesi ci porta nel Vietnam di oggi (2006), nel villaggio di Cam Nghia, per documentare gli effetti dell’Agente Arancio.
La foto di Nguyen Van Truong, un ragazzo di 16 anni deformato dalla diossina, accanto alla madre Le Thi Mit, ex combattente che viveva sotto i bombardamenti americani, è un pugno nello stomaco. Qui la fotografia diventa perizia medica e atto di accusa: la guerra è finita nel 1975, ma i suoi veleni continuano a uccidere alla terza generazione. Senigalliesi applica lo stesso metodo in Kosovo e Serbia, documentando nel 2001 gli effetti dell’uranio impoverito usato dalla NATO. La foto dei rilevamenti radioattivi a Bujanovac è la prova visiva di un “fuoco amico” che ha contaminato vincitori e vinti, trasformando il paesaggio in una trappola invisibile.
L’Immagine come archivio di atrocità
Interessante, sotto il profilo della critica delle fonti, è la sezione dedicata alla Cambogia. Qui Senigalliesi non fotografa l’evento (il genocidio dei Khmer Rossi), ma la memoria dell’evento. Il ritratto di Nhem En, il fotografo del centro di tortura S-21, pone interrogativi inquietanti sul ruolo della fotografia stessa. Nhem En non era un reporter, ma un burocrate del terrore: fotografava i prigionieri prima che venissero uccisi. Senigalliesi lo ritrae nel 2006, ormai uomo libero, circondato dai fantasmi delle sue stesse foto. In questo gioco di specchi – il fotografo che ritrae il fotografo – la mostra ci invita a riflettere sulla responsabilità di chi guarda e di chi scatta. Le foto segnaletiche di S-21 sono diventate, loro malgrado, l’unica prova dell’esistenza delle vittime, l’unica lapide possibile in un paese disseminato di fosse comuni.
Perché una mostra al MITAG?
“Diario dal fronte” conferma la vocazione del Museo Storico Italiano della Guerra come laboratorio di Public History. Se le guerre del passato ci sono arrivate attraverso dispacci ufficiali e memoriali scritti, i conflitti del presente (e del futuro) saranno studiati attraverso l’immenso archivio visuale prodotto da professionisti come Senigalliesi.
Queste immagini, stampate su pannelli di grande formato o racchiuse in vetrine come reperti archeologici del contemporaneo, dialogano con le armi e le uniformi delle sale permanenti. Ci dicono che la tecnologia bellica cambia (dai moschetti ai droni che sorvegliano le miniere di Coltan in Congo, altro tema toccato dalla mostra), ma la sostanza della guerra – il corpo offeso del civile – rimane tragicamente identica. Visitare questa mostra significa accettare di guardare in faccia la Medusa della guerra, senza lo scudo rassicurante della distanza temporale. Significa riconoscere nella fotografia non un’arte estetica, ma una necessaria, brutale, fonte di verità, alle volte parziale e mediata dall’occhio del fotografo, ma necessaria.

Info Mostra
- Titolo: Diario dal fronte. Mostra fotografica antologica Livio Senigalliesi 1991-2020
- Dove: MITAG Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto
- Quando: 10 ottobre 2025 – 22 febbraio 2026
- Curiosità: L’esposizione è arricchita da un’audioguida gratuita (disponibile su app MobiCult) in cui è lo stesso Senigalliesi a raccontare i retroscena degli scatti, trasformando la visita in un reportage sonoro immersivo.
(Aggiornato al 15 gennaio 2026)
Francesco Frizzera
Direttore MITAG Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto
