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Quando l’archivio è pop: in dialogo con la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna

Se ogni immagine può essere letta come un testo, il manifesto è un testo collettivo che parla la lingua del suo tempo, condensando nell’immagine la complessità di un’epoca. Lo sanno bene alla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, un’istituzione culturale fondata all’inizio degli anni Settanta del Novecento per conservare una raccolta documentaria sulla storia del partito comunista e della sinistra italiana. Oggi conserva più di centomila tra pubblicazioni e materiale documentale (periodici, fotografie, manifesti, volantini) ed è un punto di riferimento nel panorama nazionale sui temi della storia politica e sociale dell’Italia contemporanea. 

In occasione dell’uscita della nuova configurazione della banca dati Manifestipolitici.it, realizzato dalla Fondazione, abbiamo dialogato con la direttrice Siriana Suprani e con la responsabile del progetto Simona Granelli. Tutto è iniziato, ci raccontano, «tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, quando, attraverso l’acquisizione di nuovi archivi, comincia a emergere una presenza importante di manifesti politici. Si stimava già una collezione di oltre 10/12 mila manifesti, un fondo ampio e sorprendentemente omogeneo». La svolta avviene nel 2000, quando Bologna è Capitale Europea della Cultura: da questa esperienza, nasce la consapevolezza (e la necessità) di dover iniziare a trattare il documento manifesto in modo circoscritto, dando vita a un «punto di raccolta digitale», uno spazio in cui conservare e rendere immediatamente consultabili testi e immagini provenienti da diverse raccolte, pubbliche e private. Un «database sperimentale» che attualmente conta circa 17.500 record tra manifesti, volantini e cartoline in un arco temporale che va dal 1850 ai giorni nostri: «vi si possono riconoscere e ritrovare rappresentati i sindacati, i partiti, i movimenti, le associazioni locali e nazionali, ma non mancano anche manifesti provenienti da paesi stranieri».

Sede Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, ph Margherita Caprilli

L’obiettivo era offrire a chiunque volesse consultare il materiale non una semplice descrizione, ma la possibilità di vedere direttamente anche le immagini. «Per questa ragione abbiamo deciso di chiamarlo banca dati: perché è un archivio digitale pensato principalmente come raccoglitore di immagini, accessibile a tutti». Sulla scorta di altre esperienze simili, si è scelto il software Sebina (oggi SebinaNEXT) che meglio sembrava rispondere a una catalogazione così particolare. L’approccio adottato è «basato sulla descrizione di un documento edito. In altre parole, scegliendo di attribuire quasi un valore bibliografico ai manifesti, trattandoli come singoli documenti da descrivere e seguendo i parametri della catalogazione SBN. Eravamo pienamente consapevoli che un manifesto non è un libro! Tuttavia ci è sembrato il modo più efficace per rendere la consultazione più agevole». Per Agevolare l’accesso alle informazioni è facilitata la ricerca per tema e anche per rappresentazione iconografica: ogni foglio viene descritto e arricchito da parole relative ai contenuti, l’argomento dell’evento comunicato nel poster (il “soggetto”) e pure con parole relative alla specifica immagine presente. In questo modo «chi cerca un manifesto sul Vietnam può trovare documenti non solo tramite il termine Vietnam o parole come guerra, ma anche attraverso gli elementi che vi sono raffigurati, scelti per esprimere un messaggio di condanna del conflitto (per esempio la colomba, ricorrente allegoria della pace)». Una banca dati così configurata permette di fare ricerche, ad esempio, sul numero di volte in cui la donna, la famiglia, la madre compaiono nei manifesti di un dato periodo «abbiamo creato un sistema di descrizione che, pur discostandosi dai canonici criteri catalografici, consente di individuare ogni elemento rilevante dei manifesti, con una grande attenzione ai dettagli». Oggi la nuova configurazione del portale prevede la presenza di una Digital Library e della tecnologia IIIF (International Image Interoperability Framework), estremamente utile per confrontare immagini di manifesti sia della Fondazione che di altre istituzioni che adottano lo stesso standard catalografico.

Eventi, ph. Margerita Caprilli

Certo, «l’attività svolta in questi 25 anni non è stata quotidiana e costante» riconoscono Suprani e Granelli, per via delle numerose attività dell’istituto e della non facile possibilità di reperire fondi. Nonostante tutto, l’impegno sul fronte della conservazione e della valorizzazione dei manifesti non si è mai arrestato e sono stati organizzati seminari, incontri, mostre. Il coinvolgimento di altri enti ha permesso di aprire il dialogo «sul linguaggio e sulle modalità di trattamento di questi materiali»: proprio l’assenza di studi consolidati a cui riferirsi per la catalogazione, ha fatto sì che il lavoro del Gramsci fosse «una vera e propria esplorazione, in cui si è dovuto inventare e sperimentare nuovi approcci, passo dopo passo». In tal senso, il supporto di storici esperti in storia della propaganda e della comunicazione politica, come il professor Andrea Baravelli e altri docenti dell’Università di Ferrara, «è stato prezioso, soprattutto nei momenti di presentazione pubblica della banca dati» per rimarcare «la sua funzione originaria di strumento a servizio della ricerca storica». Con gli archivisti, invece, «c’è stata un po’ più di discussione – ricordano le intervistate –, ad esempio Stefano Twardzik, allievo di Paola Carucci, aveva a quel tempo realizzato una pubblicazione sulla catalogazione dei manifesti dando ovviamente una impostazione differente rispetto al nostro metodo». Diversamente, l’Istituto dei Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna «ci ha sostenuto nel nostro modo di procedere, suggerendo metodologie di descrizione e soggettazione ancora da sperimentare». 

Il pubblico è tendenzialmente specialistico e approccia le fonti per motivi di studio. L’utente che naviga il database per semplice curiosità «alla ricerca dei propri ricordi attraverso i manifesti, ma è un caso abbastanza raro». Dopo una fase iniziale di grande interesse da parte del mondo editoriale, la maggior parte delle richieste oggi arriva dal mondo della ricerca, storica e non, e dal settore della produzione audiovisiva: film, fiction televisive e documentari richiedono spesso manifesti come elementi di scenografia o per contestualizzare date ambientazioni. «Ci sono poi diversi utenti le cui richieste ci permettono anche di scoprire storie interessanti e aggiungere a un dato manifesto notizie o informazioni fino ad allora ignote» e ciò contribuisce a rendere il database più completo. 

Installazione, ph. Margherita Caprilli

Se gli anni Novanta hanno segnato un cambiamento radicale nel linguaggio dei manifesti con la centralità, quasi l’esaltazione, dell’immagine del leader, oggi il medium non ha più una valenza strettamente politica o di critica sociale ma viene spesso concepito come oggetto d’arte. Tra i progetti viene citato un progetto europeo dedicato alla caduta del muro di Berlino dove tra le azioni più rilevanti era prevista la produzione di manifesti; «abbiamo lavorato con la sezione grafica di una scuola professionale di Bologna perché gli studenti realizzassero manifesti ispirati a quell’evento storico, da affiggere sui muri della città. Questi manifesti sono poi entrati nelle nostre raccolte e sono stati anche oggetto di una pubblicazione».

E proprio in linea con la nuova “vita” dei manifesti politici, la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna ha stretto un accordo anche con l’Accademia di Belle Arti di Bologna per la conservazione dei manifesti realizzati da studenti e studentesse: «ogni anno sono oltre cinquanta i poster progettati e prodotti in occasione di un bando promosso dal Comune di Bologna per la creazione di manifesti dedicati a particolari anniversari che l’amministrazione intende celebrare — come la Giornata internazionale della donna o il 25 aprile».

Un’ultima interessante collaborazione artistica porta il nome di AI manifesta: si tratta di una installazione di manifesti realizzati attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Grazie alla soggettazione utilizzata in Manifestipolitici.it è stato possibile fare una ricerca per soggetto, estrapolando tutti i manifesti che a partire dagli anni Cinquanta hanno avuto come tema i fiori o la presenza di fiori nell’iconografia. L’elaborazione è stata realizzata dall’intelligenza artificiale ma guidata da due artisti, Francesco D’Isa e Chiara Moresco, che hanno dato l’input al software di rielaborare le immagini e dato così vita a nuovi manifesti, ognuno dei quali conserva un particolare caratterizzante dell’originale. «Si è realizzato una specie di gioco dal messaggio interessante: una sperimentazione critica, non un’esaltazione dell’intelligenza artificiale bensì uno studio che ha permesso di scoprire un ulteriore campo di impiego del lavoro che stiamo portando avanti». 

Il lavoro della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna e i progetti che ruotano attorno al manifesto politico mostrano come esista ancora una certa sensibilità nei confronti di questo mezzo di comunicazione. Forse il manifesto non ha esaurito la sua funzione: semplicemente continua a trasformarsi, si adatta ai tempi e ai linguaggi contemporanei. E proprio questa capacità di evolversi è il cuore pulsante di un archivio che continua a tenerne traccia.

(Aggiornato al 19 novembre 2025)