Il 5 settembre 1946, con la stipulazione dell’accordo De Gasperi-Gruber, detto anche accordo di Parigi, fu posta la base giuridica dell’autonomia del Sudtirolo. L’accordo nacque in una fase in cui il nuovo ordine mondiale del dopoguerra stava appena prendendo forma. Dopo due guerre mondiali e la Shoah, l’idea alla base del diritto internazionale e delle nuove organizzazioni multilaterali era quella di contribuire a limitare il ricorso alla forza e a regolare i conflitti tra Stati.

Ottant’anni dopo, questo sistema è sottoposto a forti pressioni. Non si tratta soltanto delle guerre in corso: anche l’autorità delle istituzioni e delle corti internazionali, così come quella degli accordi tra Stati, viene frequentemente messa in discussione. Per il Sudtirolo non si tratta solo di mutamenti esterni. La sua autonomia si fonda sul diritto costituzionale italiano, ma dispone anche di una garanzia internazionale derivante dall’accordo del 1946.
Il conflitto tra diritto e rapporti di forza non è nuovo. Nel corso degli ultimi decenni guerre e interventi militari hanno sollevato varie controversie sul rispetto del diritto internazionale. Oggi si pone però con particolare evidenza la domanda sul valore degli accordi internazionali quando gli Stati non sono disposti a rispettarli o quando le istituzioni chiamate a garantirli perdono autorità.
In questo contesto, l’accordo di Parigi merita un’analisi più approfondita. Il moderno sistema di tutela delle minoranze si sviluppò dopo la prima guerra mondiale attraverso trattati internazionali e sotto il controllo della Società delle Nazioni. Anche l’accordo De Gasperi-Gruber fu inserito nel trattato di pace con l’Italia del 1947, ma stabilisce soprattutto obblighi tra Italia e Austria. L’Austria dispone così di una posizione riconosciuta sul piano internazionale rispetto alla tutela della minoranza sudtirolese.
Questo carattere bilaterale può rappresentare anche oggi un elemento di stabilità. La garanzia dell’autonomia non dipende esclusivamente dal funzionamento di organizzazioni multilaterali come le Nazioni Unite, ma in misura considerevole dal rapporto tra lo Stato italiano e quello austriaco e dalla loro disponibilità a riconoscere gli obblighi derivanti dall’accordo.
La storia dell’autonomia mostra però che un trattato internazionale, da solo, non risolve un conflitto. L’accordo del 1946 conteneva principi generali, la cui attuazione rimase controversa per decenni. Il primo Statuto di autonomia del 1948 attribuì un ruolo centrale alla Regione Trentino-Alto Adige, comprendente le province di Trento e Bolzano. Questo assetto rispondeva anche alle rivendicazioni autonomistiche presenti nel Trentino dopo il fascismo, ma fu giudicato insufficiente da gran parte della popolazione sudtirolese, perché molte competenze erano collocate a livello regionale, dove il gruppo di lingua tedesca era minoritario.

Il secondo Statuto del 1972 trasferì quindi gran parte delle competenze alle due Province autonome di Bolzano e Trento. Il passaggio è rilevante anche in prospettiva comparata: l’autonomia non è un assetto istituzionale uniforme. La sua efficacia dipende dalle competenze attribuite, dal territorio al quale si applica, dalla distribuzione del potere tra i diversi gruppi che vivono nel territorio e dagli strumenti disponibili per garantire gli accordi raggiunti.
Da tempo la ricerca si interroga perciò sulla possibilità di considerare il Sudtirolo un modello per altri conflitti. Il caso è stato discusso, tra gli altri, in relazione a conflitti territoriali e minoritari nello spazio post-sovietico. La letteratura tende però a distinguere tra un modello istituzionale da trasferire e alcuni principi applicabili anche altrove. Le condizioni storiche del Sudtirolo sono troppo specifiche perché il suo attuale assetto autonomistico possa essere semplicemente copiato e «incollato» in un altro territorio.
Tra gli elementi considerati rilevanti figurano una forte autonomia territoriale, la partecipazione dei diversi gruppi linguistici ai processi decisionali delle istituzioni, garanzie specifiche per le minoranze, il coinvolgimento di uno Stato esterno come garante e la possibilità di modificare nel tempo gli assetti raggiunti. Nel caso sudtirolese, inoltre, la soluzione non derivò da un singolo accordo, ma da un processo durato diversi decenni.

Questo limita anche l’utilità del paragone con i conflitti attuali. Guerre e controversie territoriali in Europa e nelle regioni vicine si svolgono oggi in condizioni politiche, militari e internazionali molto diverse. L’accordo De Gasperi-Gruber non offre quindi una soluzione applicabile altrove. Mostra però che una questione territoriale può essere progressivamente trasformata in un conflitto regolato attraverso diritti, istituzioni e negoziati e che una soluzione durevole richiede spesso la possibilità di sviluppare nel tempo gli accordi raggiunti.
Un confronto utile è quello con le isole Åland. Lo status autonomo delle isole e la tutela della popolazione di lingua svedese furono definiti negli anni Venti nel quadro della Società delle Nazioni. Dopo la scomparsa di quest’ultima il sistema, invece di essere smantellato, venne mantenuto e, sulla base delle relazioni amichevoli tra Finlandia e Svezia, l’autonomia delle Åland fu ulteriormente sviluppata.
Anche per il Sudtirolo la questione cardine non è quindi se l’ordine internazionale del dopoguerra possa scomparire da un giorno all’altro, ma quanto una garanzia internazionale possa continuare a obbligare gli Stati quando le istituzioni incaricate di sorvegliarne il rispetto si indeboliscono. Un accordo non protegge una minoranza soltanto perché è stato sottoscritto. La sua efficacia dipende dalla continuità degli obblighi giuridici, dalle istituzioni costruite sulla loro base e dalla volontà politica degli Stati di rispettarli. Per questo, anche ottant’anni dopo Parigi, i rapporti tra Roma e Vienna rimangono un elemento essenziale dell’autonomia sudtirolese.
(Aggiornato all’8 ottobre 2026)
Anna Wolf
Ricercatrice giuridica presso il Center for Autonomy Experience di Eurac Research a Bolzano/Bozen,è specializzata nei diritti linguistici delle minoranze. La sua attività di ricerca si concentra sull’evoluzione del sistema autonomistico sudtirolese, in particolare nell’ambito dei diritti linguistici, anche in una prospettiva comparata e internazionale.
Josef Prackwieser
Storico e ricercatore presso il Center for Autonomy Experience di Eurac Research a Bolzano/Bozen. La sua attività di ricerca si concentra sulla storia delle minoranze e delle autonomie, sulla cultura della memoria e sul patrimonio culturale (cultural heritage & memory studies), anche in una prospettiva comparata.
