La mania degli storici di fissare in date certe e punti di svolta lo scorrere del tempo ha spesso penalizzato alcuni anni rispetto ad altri.
Pensiamo al 1847, anno che potrebbe raccontarci di essere stato il tempo in cui scoppia una guerra civile tra i cantoni svizzeri, in cui nasce il primo stato libero d’Africa (la Liberia, appunto), in cui i maggiori Stati italiani proclamano l’unione doganale mentre l’Irlanda è flagellata dalla Grande Carestia.
Tutti avvenimenti importantissimi, ma che impallidiscono di fronte al suo ingombrante vicino di calendario, il 1848. “È successo un Quarantotto”, e il resto impallidisce. E così, nell’immaginario, il 1847 è solo “l’anno prima del ‘48”.
Per il 1946, da molti punti di vista, si potrebbe dire la stessa cosa.
Incastrato tra il 1945, anno della sconfitta dei fascismi, delle bombe atomiche, dell’inizio della Guerra Fredda, e le grandi risoluzioni della seconda metà degli anni Quaranta, con trattati di pace ed elezioni cruciali per il futuro democratico europeo, il primo anno di dopoguerra viene ricordato in Italia soprattutto per un giorno, il 2 giugno e la proclamazione della Repubblica. Un traguardo enorme, ma che spesso, nei manuali, esaurisce quello che il 1946 sembra avere da dire.
Che non è poco.
Si tratta dell’anno in cui cessa di esistere la Società delle Nazioni, mentre si gettano le basi di quella che sarà l’ONU. Prendono l’avvio alcuni fenomeni destinati a segnare per decenni le vicende mondiali: in Argentina sale al potere Juan Domingo Peron, con cui prende vita quel populismo sudamericano le cui evoluzioni, non solo latine, occupano tutt’oggi il panorama politico. Le Filippine conquistano formalmente l’indipendenza dagli Stati Uniti, che però le trasformano in una palestra del neocolonialismo economico occidentale.

Scoppia la guerra, la prima di una lunga serie, tra Cina e Vietnam, principio di uno scontro geopolitico di dimensioni globali.
Nel 1946 cambia per sempre il diritto internazionale, con l’inizio del processo di Tokyo (dal 3 maggio) e l’arrivo delle prime sentenze del processo di Norimberga (1 ottobre).
Intanto il 5 luglio la moda inventa il bikini, un costume “atomico” che cambierà per sempre il volto delle nostre estati.
Per rimanere all’Europa, il continente ancora fumante delle macerie della seconda guerra mondiale vede lo scoppio della violenza civile in Grecia, in cui, dal 30 marzo, i vincitori della guerra contro l’occupante nazifascista si scontrano per il futuro del Paese: comunisti contro anticomunisti a cui, paradossalmente, si uniranno i fascisti che avevano collaborato con l’invasore.
Intanto in Gran Bretagna il peso del crollo dell’Impero porta per la prima volta all’obbligo di razionamento dei beni alimentari per la popolazione. Nemmeno durante la guerra era avvenuto.
In più parti, sul continente, si torna a morire di fame.
Polonia, Ungheria, Romania e Albania dicono addio agli esperimenti postbellici di democrazia rappresentativa, schiacciati dal peso di Mosca, mentre la cartina della Germania si solidifica attorno a due blocchi: uno formato dalle zone di occupazione occidentali, l’altro in mano all’URSS.
La Francia butta via la sua terza Repubblica e ne inaugura una Quinta (13 ottobre) che avrà vita breve e travagliata.
Sempre in Francia, il 20 settembre, prende il via la prima edizione del Festival di Cannes, destinato a diventare uno degli appuntamenti culturali del mondo.
Nasce la Vespa, primo afflato di un orgoglio italiano di cui ancora oggi troviamo tracce nelle pubblicità del made in Italy, e Hollywood decide di cambiare per sempre l’immaginario collettivo mondiale con un film destinato a ridefinire i valori del Natale: “La vita è meravigliosa” (It’s a Wonderful Life) con James Stewart che promette al mondo una felicità data dalle piccole cose, mentre il capitalismo, anche se cattivo, continua a fare soldi indisturbato.

Niente male, per un anno di passaggio!
Mutuando l’espressione da uno dei tanti avvenimenti chiave di quel periodo, il 1946 è in realtà, più che di passaggio, un anno “Costituente”: un lasso di tempo in cui si pongono le basi di ciò che verrà letto come storia.
Contemporaneamente, è il tempo in cui si cerca di risolvere e chiudere ciò che il passato lascia sospeso: la violenza postbellica, i conti coi totalitarismi, la liquidazione di un ordine mondiale che è imploso e i cui detriti occupano ancora l’orizzonte. Si tratta di un moto di rivoluzione molto ampio e complesso, destinato a segnare una svolta di mentalità nelle società di mezzo mondo.
Anche se i manuali scolastici e la memoria dei più si facilitano nell’aggrapparsi alle date certe e conclusive, quelle delle firme dei trattati o delle morti eccellenti, in realtà, a ben vedere, sono gli anni da cui spuntano a solleticare la memoria meno date e punti di svolta che fanno davvero quella che poi si chiamerà Storia. Il lavorìo quotidiano del cambiamento, del divenire.
Nello studio del passato spesso la “scorciatoia” della data simbolo appiattisce tutta la visione di ciò che è stato in una serie di avvenimenti di per sé presentati come decisivi, anche se quasi mai questo modo di descrivere il passato riesce a dare idea della sua realtà.
Perché gli avvenimenti “storici” a volte non vengono visti come tali da chi li vive, ma lo sono solo per chi “ha già letto la fine del libro”.
In questo il 1946, anno di accordi, armistizi, paci false e attese silenziose, è un anno che ha prodotto molta più storia di quanto si riconosce solitamente. Al cui interno rimangono sospesi i germi di quel futuro e i fantasmi di quel passato che riusciamo a riconoscere come parte di ciò che siamo e che eravamo.
Il 1946 è un anno di passaggi e scambi, e come tale è molto più “storico” di quelli che gli stanno attorno. Basta saper osservare.
(Aggiornato all’8 ottobre 2026)
