Nel 1993 Štefica Galić viveva con il marito e i figli a Ljubuški, una cittadina dell’Erzegovina occidentale. Nelle guerre di dissoluzione jugoslava iniziate nel 1991 si era aperto un nuovo fronte lungo il quale si contrapponevano l’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina, fedele al governo di Sarajevo, e le forze separatiste croato-bosniache dell’HVO. Queste ultime controllavano Ljubuški e stavano mettendo in atto il rastrellamento e l’invio al campo di concentramento Heliodrom di Mostar degli uomini bosniaco musulmani. Secondo quanto ricostruito nel documentario Neđo di Ljubuški, prodotto dall’associazione Gariwo nel 2012, Štefica e il marito Nedeljko Galić furono tra coloro che si opposero pubblicamente al nazionalismo dilagante. Titolari di una foto-stamperia, cominciarono a fungere da centro di ricezione e smistamento di lettere di garanzia che arrivavano dall’estero e permettevano agli internati di essere rilasciati e abbandonare il paese. Stilando in molti casi persino dei documenti falsi, si ritiene abbiano aiutato centinaia di uomini a lasciare l’Heliodrom.

Nel racconto delle guerre jugoslave sulla stampa generalista vengono spesso rievocati gli “atavici odii etnici” responsabili della ciclica esplosione della cosiddetta “polveriera balcanica”. Anche nei paesi post-jugoslavi le narrazioni sul recente passato si focalizzano primariamente su carnefici e vittime, per lo più attraverso un prisma etno-nazionale. In parte per disinnescare visioni deterministe e colpevolizzazioni collettive, ma anche per recuperare un orizzonte di speranza per il futuro, diverse realtà della società civile attive sui temi della memoria hanno iniziato a valorizzare anche altre storie. Hanno proposto la riscoperta delle mobilitazioni contro la guerra, nell’ambito delle quali è stata spesso riconosciuta la centralità del contributo femminile e femminista, come nel caso dell’attivismo anti-nazionalista delle Donne in nero di Belgrado. Si è poi andati a definire un universo variegato e sfumato di “eroi positivi”, costruito su episodi di coraggio civile e di solidarietà transnazionale. Tra le figure che hanno ottenuto maggiore riconoscimento pubblico in questo senso, invece, si registrano soprattutto figure maschili: da Srđan Aleksić a Josip Reihl-Kir, da Vladimir Trifunović a Refik Višća, da Vladimir Barović a Tomo Buzov.
Anche nel caso di Ljubuški, la memoria dei fatti è stata inizialmente incentrata soprattutto sulla figura di Nedeljko Galić, mancato nel 2001 e insignito del Premio “Duško Kondor” per il coraggio civile nel 2012. Štefica Galić si è tuttavia caricata in prima persona dell’impegno di fare memoria di quanto accaduto nella propria cittadina, affrontando pressioni, diffamazioni e perfino un episodio di violenza fisica dopo la proiezione del documentario. Riparata a Mostar, ha fondato il portale di informazione tačno.net dal quale ha continuato a portare avanti le proprie battaglie civili, ottenendo riconoscimenti come il Premio “Johann Philipp Palm” per la libertà di stampa e di parola nel 2018 e il Premio “Goran Bubalo” del 2023 “per la lotta contro la violenza e l’ingiustizia, il confronto con il passato, il coraggio, la resistenza e il lavoro per la costruzione della pace in Bosnia Erzegovina e nella regione [post-jugoslava]”.

Storie come quelle dei coniugi Galić restano tuttavia ai margini delle narrazioni dominanti sulle guerre jugoslave. Non sono mancate neppure discussioni sul valore civico dell’insistenza su tali testimonianze: quanto rischiano di allontanare l’attenzione dall’esperienza delle vittime e dalle responsabilità dei carnefici? Domande che ritornano quantomeno dall’uscita di Schindler’s List (1993). Per chi scrive di storia risultano comunque fondamentali, ponendo questioni in grado di attivare – pur di fronte a serie sfide metodologiche – percorsi di approfondimento dei processi culturali e sociali di guerre che incisero profondamente i tessuti comunitari. Testimonianze come quella di Štefica Galić possono portare le storiche e gli storici a ragionare maggiormente da una prospettiva di genere sulle opposizioni alla guerra e al nazionalismo nell’area jugoslava, ben oltre i circoli di attiviste più note e già politicamente impegnate nelle grandi città – come Sarajevo, Belgrado o Zagabria – e dentro le dinamiche di comunità e territori maggiormente decentrati.
E’ stato inoltre osservato quanto l’urgenza di riscoprire le storie di coraggio civile e di promuovere esempi di indiscutibile “virtù morale” da parte di gruppi e associazioni abbia in altri casi rischiato di portare a semplificazioni poco attente alle sfaccettature e alle complessità dei comportamenti in tempo di guerra. Ciò è stato sfruttato da chi ha voluto provare a delegittimare tali esperienze.Ampliare quindi lo sguardo e approfondire la conoscenza storica in modo solido e analitico non può che contribuire a rafforzare e puntellare anche la riflessione nell’ambito dell’attivismo civico sui temi della memoria.
(Aggiornato al 12 marzo 2026)
Marco Abram è uno storico che parecchi anni fa si è appassionato al Sud-Est Europa nelle sue tante sfaccettature e relazioni con il mondo. Per diverso tempo è stata casa, lo studia nell’ambito di progetti di ricerca internazionali, contribuisce a raccontarlo nel suo lavoro per Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa.
