Dirty Little Machine: quando la resistenza passa dagli oggetti

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Nella storia dei femminismi il racconto delle pratiche è spesso rimasto ai margini. Eppure la politica delle donne, dalle suffragiste di inizio Novecento fino ai giorni nostri, si distingue da tutti gli altri movimenti perché ha saputo intrecciare a pensieri e parole un estro militante unico e spettacolare. Le pratiche nascono da esperienze pensate, discusse e agite con altre, quindi in contesti collettivi. Non hanno come propria misura l’efficacia della politica tradizionale, ma il cambiamento delle vite reali, della vita di chi ci sta accanto. Molte di queste pratiche si sono storicamente concentrate sui corpi delle donne e hanno avuto a che fare con il tema dell’autodeterminazione, ancora oggi purtroppo al centro delle nostre lotte. E hanno avuto a che fare con l’invenzione di alcuni oggetti che possono parlare al nostro presente.

Negli anni settanta del Novecento, quando l’aborto è illegale nella maggior parte dei paesi del mondo, i movimenti femministi trovano diversi modi per sostenere le donne che vogliono interrompere le loro gravidanze indesiderate. Reti di accompagnamento, viaggi all’estero, linee telefoniche dedicate, accordi clandestini con mammane, infermiere e medici. I movimenti femministi dell’area di Los Angeles indirizzano le donne che vogliono abortire alla clinica gestita da Harvey Karman, uno psicologo, che pratica illegalmente gli aborti con un dispositivo che dice di aver progettato lui stesso: una cannuccia sottile, morbida e flessibile per aspirare il contenuto dell’utero in una grande siringa. L’aspirazione richiede pochi minuti, è meno invasiva rispetto al metodo della dilatazione e del raschiamento, e le donne chiamano l’interruzione di gravidanza praticata in questo modo “aborto in pausa pranzo”: perché possono tornare subito alle loro attività senza che nessuno si accorga di quel che è accaduto. 

Manifestazione femminista pro-aborto (Fondazione Museo storico del Trentino)

Osservando Karman, Lorraine Rothman, insegnante che fa parte del collettivo femminista West Coast Sisters, sviluppa la sua versione del dispositivo, migliorandolo e rendendolo più sicuro. Lo fa rovistando nei negozi che vendono acquari, nelle ferramenta e nei laboratori di chimica. E poiché un medico l’ha definito una “piccola macchina sporca”, le femministe adottano provocatoriamente quell’espressione: Dirty Little Machine, da cui Del-Em. Il Del-Em è di facile assemblaggio. 

Un’immagine del Del-EM (Wikipedia)

Da lì, il Del-Em si diffonde in molti paesi del mondo, compresa l’Italia, consentendo di affiancare, e in alcuni casi di sostituire, i viaggi all’estero e gli appuntamenti negli studi medici con gli interventi autogestiti: con pratiche collettive di aborti che da clandestini diventano, a quel punto, militanti. Le femministe di molti paesi, indipendentemente dalla legalizzazione o meno dell’aborto, hanno continuato ad armeggiare fino ad oggi con il Del-Em di Rothman: come metodo preventivo in caso di ritardo del ciclo, per esempio a Cuba, o per aggirare le leggi contro l’aborto, come in Bangladesh. 

Negli Stati Uniti il dispositivo torna al centro del discorso pubblico alla fine degli anni ottanta, a fronte del timore, già allora piuttosto concreto, che le garanzie riconosciute dalla legalizzazione dell’aborto con la sentenza Roe v. Wade venissero annullate. Nel 1989 viene prodotto anche un documentario mostrato e raccontato da tv e giornali: e anche se viene spiegato che il video non vuole essere un manuale di istruzioni, contiene tre minuti in cui si mostra un’estrazione mestruale dal vivo. L’avvertimento implicito è che le istruzioni su come ottenere un aborto non sono difficili da trovare. Nel documentario, le femministe spiegano che l’estrazione mestruale è una capacità che, come la rianimazione cardiopolmonare, va appresa nella speranza di non doverla mai usare; ma vogliono anche far sapere a tutti, Corte Suprema inclusa, che ci sono donne che conoscono la tecnica e che possono insegnarla. La storia dimostra che a prescindere dalle leggi le donne continueranno ad abortire. E la storia dimostra che i governi potranno anche limitare o vietare l’aborto, e lo stanno facendo, ma di certo non i barattoli e i tubi per gli acquari.

(Aggiornato al 12 marzo 2026)

Giulia Siviero è femminista e giornalista al Post, dove si occupa di questioni di genere e politica delle donne. Nel 2024 ha pubblicato per Nottetempo “Fare femminismo”.