Le elezioni del 1948 nei manifesti elettorali

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Quando pensiamo alle sfide elettorali del secondo dopoguerra, vengono alla mente le immagini di grandi comizi tenuti davanti a folle oceaniche. La parola ha avuto naturalmente una funzione decisiva nell’orientare il voto di cittadini e cittadine, ma nell’aprile del 1948 la dimensione visiva ebbe un ruolo altrettanto importante. Le elezioni sono infatti anche un’esperienza dello sguardo e nella comunicazione politica postbellica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai manifesti, pensati per trasmettere in forma sintetica valori e programmi delle diverse forze politiche.

Il manifesto elettorale presenta caratteristiche peculiari: non si limita a informare, ma invita a compiere un’azione. Nello specifico, andare a votare e scegliere un partito o un preciso candidato. A differenza di altri mezzi di comunicazione, non richiede una scelta consapevole da parte della cittadinanza, poiché occupa le strade e le piazze, rendendo in un certo senso inevitabile l’incontro del corpo elettorale con il suo messaggio.

La campagna del 1948 si svolse in un clima di forte polarizzazione. La contesa assunse i tratti di uno scontro di civiltà, dominato dalle contrapposizioni tra comunismo e anticomunismo, capitalismo e anticapitalismo. I manifesti divennero così strumenti di delegittimazione dell’avversario, spesso rappresentato con i tratti del nemico. 

La campagna visuale promossa dall’Ufficio Studi, Propaganda e Stampa della Dc (SPES) insisteva sui temi della famiglia, della patria e della libertà, trasformando la sfida politica in una crociata morale. 

Con uno stile grafico diretto e di forte impatto, queste immagini privilegiavano l’elemento emotivo, mirando a colpire l’immaginario dell’elettore. Particolarmente aggressivi furono i manifesti elaborati dai Comitati Civici a sostegno della Dc, nei quali il comunismo appariva come una minaccia incombente: mostri, catene e simboli di oppressione popolavano una vera e propria iconografia della paura. 

Manifesto “Attenzione! Il comunismo ha bisogno di uno stivale”, 1948

In Attenzione! Il comunismo ha bisogno di uno stivale un orco con falce e martello minacciava l’Italia; in Vota o sarà il tuo padrone il comunismo era raffigurato come un regno di morte; in Difendetemi! Patria, Famiglia, Libertà risuonava l’appello ai valori religiosi e patriottici. Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo! puntava sul pathos materno, mentre Ha l’ulivo nella bocca la colomba di baffone, ma dentro l’uovo ha la bocca di un cannone denunciava, con un’allegoria tagliente, l’inganno sovietico.

Manifesto “Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo!” 1948

Sul fronte opposto, il Fronte Democratico Popolare adottò uno stile lievemente più sobrio. Ai toni accesi della propaganda cattolica contrappose messaggi incentrati su lavoro, pace, libertà e riforme. Pur non mancando attacchi agli avversari – penso alla velenosa campagna antidegasperiana – i manifesti del Fronte preferivano la fotografia, i dati concreti e un linguaggio realistico, nel tentativo di rafforzare credibilità e razionalità della propria proposta politica. 

Manifesto “Tutti uniti contro i servi di Truman”, 1948

Nella campagna visuale di socialisti e comunisti un ruolo centrale lo ebbe la figura di Garibaldi, eretto a simbolo della libertà e dell’unità nazionale. 

Manifesto “Se voti per me, voti per te”, 1948

La Dc reagì prontamente, rovesciando l’immagine garibaldina e puntando a decostruire l’orizzonte simbolico delle forze di sinistra. Nel manifesto Non votate per me! Non ho mai aderito al Fronte democratico popolare, Garibaldi imitava lo Zio Sam per mettere in guardia gli elettori, in Va fuori d’Italia, va fuori straniero! l’eroe dei due mondi scacciava un Togliatti impaurito. Un volantino particolarmente ingegnoso era poi quello che raffigurava il volto di un Garibaldi che, se ribaltato, aveva i connotati di Stalin.

Manifesto “Va fuori d’Italia, va fuori straniero!” 1948
Manifesto “Fro. De. Pop.” 1948

L’assenza di regole chiare e l’alta posta in gioco favorirono l’occupazione capillare dello spazio urbano con manifesti e materiali di ogni tipo. La battaglia politica non si giocava solo nei comizi o sui giornali, ma anche nella conquista fisica delle pareti cittadine. Le cronache dell’epoca descrivono in termini piuttosto vividi questa “lotta murale”. L’attacchinaggio divenne una vera prova di forza, un modo per occupare politicamente lo spazio urbano e rendere visibile la presenza del partito. Le forze politiche si contendevano i muri con grande energia, organizzando squadre di attivisti incaricati di affiggere i manifesti nei punti più strategici. Spesso l’attività avveniva di notte: scale, colla e pennelli erano gli strumenti di una vera e propria “guerra di carta”. I manifesti duravano poche ore, sostituiti in un ciclo continuo di affissione e cancellazione. Ponti, colonne, gallerie e facciate private divennero superfici contese, e non mancavano scontri notturni tra militanti dei diversi partiti.

Com’è noto, la partecipazione elettorale fu massiccia e il risultato netto: la Democrazia Cristiana ottenne il 48,5% dei suffragi e la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei deputati. Il Fronte Democratico Popolare, con il 31% dei voti, raccolse un risultato nettamente inferiore alle attese. Gli effetti della battaglia murale sul voto non sono misurabili, ma di certo la propaganda visuale elaborata dalle varie forze politiche ha avuto un ruolo tutt’altro che trascurabile. 

Maurizio Cau
Ricercatore presso l’Istituto Storico Italo-Germanico della Fondazione Bruno Kessler di Trento, si occupa di storia politica e giuridica del Novecento, ma pure del ruolo che le immagini (fisse e in movimento) hanno avuto nel passato. Quando può, si chiude in una sala cinematografica o si guarda intorno armato di una scatoletta fotografica.

(Aggiornato al 19 novembre 2025)