Nel linguaggio quotidiano “resistenza” indica un’azione di tipo difensivo e conservativo contro un nemico/avversario. Nel linguaggio giuridico del XVII e XVIII secolo rappresentava il diritto di opporsi, anche con l’uso della violenza, a qualsiasi minaccia ai diritti fondamentali da parte del potere costituito, un principio mai recepito nelle costituzioni democratiche successive, nemmeno da quella italiana che pure in una prima versione lo prevedeva. Ma cosa accade quando le protagoniste di questa azione sono le donne? Nel corso della storia hanno “resistito” all’emarginazione, alla violenza, alle ingiustizie, all’invisibilità. Perfino quando, da partigiane, hanno contribuito alla lotta al nazifascimo e alla lotta per la libertà, sono finite subito nella dimenticanza della storiografia e della memoria pubblica.

Pur nella consapevolezza che la Resistenza è un fenomeno storico situato, le donne in ogni epoca hanno attuato pratiche per resistere alle ingiustizie. Potremmo dire che sono state delle “resistenti”. E questo numero è dedicato alle loro storie e azioni, ma anche al modo in cui sono state ricordate (o dimenticate) dalla Storia. Come emerge dai “Punti di vista” sostenuti da due storiche, una modernista e una contemporaneista: Fernanda Alfieri ha ricostruito le pratiche di resistenza messe in atto dalle donne in età moderna per fronteggiare condizioni di vita segnate da profonde disuguaglianze. Benedetta Tobagi ha ripercorso il ruolo, le motivazioni e l’oscuramento nei primi decenni della Repubblica delle partigiane impegnate nella guerra di Liberazione dal nazifascismo, ma anche l’eredità lasciata alle generazioni successive. E in Trentino? Lorenzo Gardumi ha riportato alla luce numeri e nomi della Resistenza femminile locale, restituendo concretezza a una presenza spesso marginalizzata nella narrazione pubblica.
Francesco Filippi si dedica alle “invisibili” e ci spiega che, se la presenza femminile è stata fino agli anni settanta oscurata da quella maschile, la responsabilità ricade anche sulle scelte della storiografia: quali i protagonisti privilegiati, i linguaggi adottati, le categorie utilizzate. Se infatti i “partigiani” evocano guerriglieri ed eroi, il termine “staffette”, pur indicando un ruolo cruciale di collegamento e di intelligence, ha finito per assumere nel tempo una sfumatura romantica e riduttiva. Un’analoga rimozione si riscontra al cinema, con poche eccezioni, quali il documentario La donna nella Resistenza, che la Rai nel 1965 affida alla regista Liliana Cavani. Come ricorda Maurizio Cau, la messa in onda fu seguita da 1 milione e 700 mila persone, senza però ottenere una diffusione adeguata all’importanza del tema trattato.

Il concetto di “liberazione” riaffiora anche negli anni settanta, con i movimenti femministi impegnati a modificare leggi e mentalità, in battaglie che investono il corpo e la sessualità. Tra i temi emersi c’è l’ecofemminismo, cresciuto in Italia dopo il disastro di Seveso, che intreccia istanze femministe ed ecologiste, tutela della salute, sostenibilità ambientale e qualità del cibo. A ripercorrerne radici e sviluppi è Lorenza Moretti nella rubrica “Un caffè con”.

La resistenza femminile non è però solo italiana. Cambiano contesti e condizioni, ma restano costanti la capacità di reagire e la volontà di autodeterminarsi. Per la rubrica “Atlante” Marco Abram, ricercatore presso l’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, racconta la vicenda di Štefica Galić, che a Ljubuški, in Erzegovina occidentale, ha affrontato pressioni e minacce, fondando il portale tačno.net per proseguire il suo impegno civile, dopo che la memoria pubblica aveva inizialmente privilegiato la figura del marito. Dall’ex Jugoslavia degli anni novanta alla West Coast degli anni settanta: la giornalista Giulia Siviero, autrice del volume Fare femminismo (nottetempo 2024), per “Cronache” si concentra sulla scoperta fatta da Lorraine Rothman: insegnante e tra le fondatrici del movimento femminista delle cliniche di auto-aiuto, Rothman nel 1971 inventa un nuovo dispositivo portatile per il controllo della vita riproduttiva delle donne.

La “Gallery” fotografica si compone questa volta di frame cinematografici: Alberto Brodesco ha isolato scene di film o ritratti di registe che sono riuscite a scardinare, con la loro presenza e la loro idea di cinema, la consueta sproporzione tra presenza maschile e femminile.
Anche le rubriche “Digital” e “Didatticare” vanno nella direzione tematica del numero, che riprende e adatta i contenuti di un convegno promosso da Fondazione Museo storico del Trentino e Istituto Storico Italo Germanico di FBK, in collaborazione con l’Università di Bologna. Un appuntamento che si inserisce nel solco di una riflessione pluriennale sul tema della violenza contro le donne, rivolto anche alla formazione insegnanti, di cui scrive Camilla Tenaglia nel pezzo della Rubrica “Didatticare”. Francesca Rocchetti invece ha intervistato la presidente dell’associazione Ledonneresistenti e promotrice della pagina web omonima, che rivendica uno sguardo femminile sui problemi sociali e richiama l’attenzione sulle condizioni di molte donne ancora oggi sottovalutate e vittime di violenza.
Il presente numero è parte del progetto “Donne Resistenti nel lungo Novecento italiano”, finanziato da Fondazione Caritro – bando “Trasmettiamo la ricerca 2025”.
(Aggiornato al 12 marzo 2026)
