Creati per catturare lo sguardo di chi passa, pensati con cura per trattenerlo oltre qualche fugace secondo, vincono la loro sfida se a seguito di un’interazione a bordo strada – scomoda, superficiale, ma potenzialmente ripetitiva – riescono a radicare una convinzione profonda. Sono i manifesti: nati come prodotto della società borghese ottocentesca, con finalità puramente commerciali, diventati il principale strumento di propaganda e comunicazione politica del secondo Novecento, sono oggi un patrimonio culturale prezioso non tanto per il valore intrinseco del bene quanto per la natura di fonte storica. Quell’oggetto prodotto in migliaia di copie identiche di una carta che resiste alla colla e alle intemperie ci permette di studiare non solo l’evoluzione grafico-iconografica di un medium povero, ma anche il sistema di comunicazione di massa in cui via via vengono prodotti e distribuiti i manifesti, le trasformazioni socioculturali del Paese intorno e da ultimo – ancora un po’ trascurata – la dimensione dello spazio pubblico e degli “usi” sociali, ovvero di ciò che le persone fanno “con” i manifesti. Su queste linee di indagine – alcune più nitide, altre solo accennate – si muove anche questo numero del Magazine, per il quale abbiamo scelto il titolo ironico “Vota Antonio!”, omaggio al film “Gli onorevoli” di Sergio Corbucci (Italia, 1963) con l’irresistibile Antonio la Trippa-Totò, entrato nell’immaginario collettivo proprio per l’insistenza gutturale del suo slogan elettorale.

I “Punti di vista” sono stati pensati per far incontrare lo sguardo della storia e quello delle arti visuali: da una parte, il sociologo Edoardo Novelli, studioso di campagne elettorali, linguaggi e culture politiche, riflette sulla natura stessa del manifesto, sulle sue caratteristiche storiche e sul suo valore per la contemporaneità; dall’altra un trio di grafici, i docenti dello IED Istituto Europeo di Design Paolo Accanti, Lodovico Gualzetti e Mauro Panzeri, ripercorre i momenti di maggiore cambiamento visuale della cartellonistica politica e mostra quando questa coglie nel segno. Non dimentichiamo che, se oggi possiamo occuparci in una prospettiva di lungo periodo di questa forma di “arte effimera”, lo dobbiamo alla lungimiranza e alla cura di chi ha conservato questi materiali, come la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna che oltre 25 anni fa ha ideato il progetto manifestipolitici.it e l’Archivio degli Spot politici e dei manifesti, nato nel 2008 da una ricerca all’Università degli Studi Roma Tre. Le due esperienze di catalogazione e valorizzazione sono al centro dell’intervista raccolta da Laura Santangelo e della recensione di Francesca Rocchetti, entrambe contenute nella rubrica “Digital”.

Come redazione, abbiamo deciso di avvicinarci a questo tema non tanto attraverso campagne specifiche ma piuttosto con alcune soste in quei momenti storici in cui dati linguaggi e codici della comunicazione politica sui muri sono stati fissati o ridefiniti. La Grande Guerra, ad esempio, svolge un ruolo centrale nello sviluppo dell’iconografia e della propaganda per immagini, come spiega Tommaso Baldo che ripercorre la storia del Servizio P, creato all’interno del Regio Esercito e di grande importanza negli ultimi mesi di guerra. Non poteva che partire invece da Mussolini l’analisi di Francesco Filippi su come l’immagine dei singoli politici – il “faccione” in primo piano per capirsi – sia entrata nei poster elettorali ben prima del fenomeno del personalismo introdotto da Margaret Thatcher e da François Mitterand negli anni ottanta ed “esploso” da Silvio Berlusconi nei primi anni novanta. Maurizio Cau si concentra sulla “battaglia murale” delle prime elezioni dell’Italia repubblicana – quelle del 1948 con un’affluenza alle urne del 92% – tra attacchinaggio selvaggio per le strade e demonizzazione dell’avversario sui poster.

Quella mancanza di regole nelle campagne della prima ora porta a una prima legge, nel 1956, che regolamenta dimensioni dei manifesti e luoghi per le affissioni, anche se il medium continua a occupare quella zona di confine tra legalità e illegalità. Così, negli anni sessanta, mentre i partiti politici fanno proprie le regole della pubblicità televisiva, i giovani contestatori usano proprio il manifesto come mezzo di controinformazione e, sull’onda della fascinazione verso la Rivoluzione culturale di Mao, ne importano in Italia una tipologia specifica: il “tazebao”. Davide Leveghi lo racconta attraverso una piccola storia accaduta a Trento nei primi anni settanta.

Lo storico francese Max Gallo, tra i primi a studiare il manifesto come “specchio dei tempi” (“I manifesti nella storia e nel costume”, Mondadori, 1972), ne individuava uno dei caratteri fondamentali nella sua natura “conservatrice”. Proprio per la presenza diffusa, dai luoghi metropolitani ai paesini di campagna, dev’essere “tollerabile” allo sguardo di un pubblico generico e indifferenziato, “accettabile” dalla legge e dalla morale, altrimenti finisce coperto, strappato, inascoltato, fallendo di fatto nel suo compito comunicativo primario. Certo, i cortocircuiti e i manifesti in pesante rottura con lo status quo non sono mancati, ma sempre forti di un apparato emotivo in sintonia coi sentimenti e i desideri di una larga fetta della società, o di una nicchia culturalmente rilevante di essa. Matteo Morando, nel commento critico al film-installazione “Manifesto” di Julian Rosefeldt (Australia-Germania, 2015), coglie nel segno del suo valore più attuale: “un manifesto non è solo un elenco di buone intenzioni, ma una promessa di cambiamento”. Lo si vede nella forma forse più interessante di manifesto politico contemporaneo, quello che mescola arte pubblica e attivismo, presenza reale e diffusione virtuale. Nonostante il suo ruolo sia ormai marginale, continua infatti a essere significativamente diffuso: il lavoro portato avanti dal collettivo Cheap di Bologna lo dimostra chiaramente, come ha raccontato una delle fondatrici, Sara Manfredi, intervistata da Alice Manfredi per la rubrica “Un caffè con”.
Prova della forza mai sopita del mezzo è infine il modo in cui viene risignificato una volta appeso: è questo il tema del carosello fotografico curato da Sara Zanatta che si concentra sugli ultimi dieci anni per ritrovare forme di interazione senza tempo che si attivano “con” i manifesti tra opposizione politica, goliardia e vandalismo.
Questo numero è nato nell’ambito del progetto “L’idea, il segno, il manifesto”, finanziato da Fondazione Caritro con il bando Produzioni culturali 2024: per un approfondimento sulle altre iniziative collegate si rimanda al pezzo “Ai poster l’ardua sentenza…”, contenuto nella rubrica “Didatticare”.
(Aggiornato al 19 novembre 2025)

