Quando la musica dà voce alla protesta

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Secondo l’enciclopedia Treccani, l’“impegno” indica “l’atteggiamento dello scrittore e dell’artista o dell’intellettuale in genere, che fanno della loro opera uno strumento di lotta al servizio di una determinata ideologia, o per fini sociali in genere, a differenza di chi (non impegnato) concepisce l’arte e la letteratura, o una qualsiasi altra attività culturale, come qualcosa di distaccato dai problemi sociali e politici”. Questo vale naturalmente anche per l’ambito musicale. Tale definizione è ancora valida? Cosa significa fare “musica impegnata”? Com’è cambiato il rapporto tra musica e impegno politico nel corso del Novecento e di questo scampolo di nuovo millennio?

Sono alcune delle domande che hanno “acceso la miccia” di questo numero. Solitamente delle canzoni si studiano per lo più i testi, le parole, le rime. In realtà la canzone è un fenomeno complesso: è una pratica sociale che ha bisogno della musica e delle note, di luoghi dove essere eseguita, di strumenti e modi per essere diffusa. La musica è anche una straordinaria fonte storica per ricostruire il nostro passato. Ci consente, infatti, di mettere in luce ieri come oggi le trasformazioni profonde della società e le sue rappresentazioni, di far emergere i conflitti, i disagi, le fratture. Da qui il titolo Dissonanze, poiché l’effetto non sempre è gradevole agli occhi e alle orecchie del pubblico.

È il caso, ad esempio, del Concertone del Primo maggio, evento attorno a cui scrivono Jacopo Tomatis e Sara Zanatta. Il primo, attraverso l’esibizione nel 2018 del trapper Sfera Ebbasta, mostra come l’idea alla base di un’iniziativa come questa – quella che l’autore definisce un’“ideologia della canzone”, in cui “non c’è valore possibile se non nei brani che veicolano un messaggio di un certo tipo” – sia entrata in crisi. La seconda, invece, ne racconta storia e contraddizioni: perché riguardo al grande concerto organizzato dai sindacati, gli stessi movimenti dei lavoratori – e gli intellettuali – hanno discusso non poco.

Attorno al Concertone, d’altronde, hanno fatto la fortuna band e musicisti ben radicati nella tradizione del folk rock e della “musica impegnata”. È il caso degli emiliani Modena City Ramblers, che da oltre trent’anni calcano i palchi nazionali, protagonisti di un Punto di vista. Ma l’impegno, come testimoniato dall’intervista al musicista Johnny Mox, non sta solo nei testi o nella forma musicale. Anche la performance e la forza aggregativa della musica possono acquistare un forte significato. Ce lo ha raccontato l’artista trentino, protagonista assieme ad Above the Tree di Stregoni, progetto itinerante che durante l’apice della crisi migratoria ha dato voce e spazio ai tanti migranti (e alle musiche sui loro smartphone) arrivati in tutta Europa.

Di esperienze storiche hanno invece parlato Antonio Fanelli e Michele Toss. Nel primo caso, abbiamo deciso di rivolgerci al direttore dell’Istituto De Martino per capire non solo quale sia stato il percorso di recupero, registrazione e raccolta dei canti di protesta nel passato ma anche per comprenderne le nuove frontiere. Alla guida di una vera e propria istituzione nel campo della ricerca musicologica e antropologica, Fanelli ci ha raccontato il lavoro di Ivan Della Mea, autore e attore centrale di una stagione imprescindibile della “musica impegnata” in Italia. Dalla Francia abbiamo invece proposto un focus sull’esperienza delle goguette, incontri musicali nati alla metà del XIX secolo in cui divertimento e impegno politico si mescolavano indissolubilmente nei canti da osteria. 

Non solo i testi, come abbiamo visto e discusso, per il contesto trentino, con l’artista noneso Felix Lalù, segnano il confine, non sempre netto, fra impegno e non. Anche la musica stessa, vista come espressione artistica libera da vincoli e privata di strutture e sonorità socialmente “accettabili” e accettate, può trasformarsi in uno strumento di lotta. Ne parla Mirko Saltori in una guida all’ascolto. È nella Gallery curata da Davide Leveghi, infine, che incontriamo una carrellata di casi in cui testi, pratiche e performance musicali trovano da parte del potere politico una risposta di tipo repressivo. Questo perché la musica non è solo accompagnamento della “rivoluzione”. Come il leggendario musicista curdo Şivan Perwer, che fu esule dalla Turchia e bandito anche da Irak e Siria, cantava “il mio cuore è davvero felice in questa danza, la nostra danza è la rivoluzione” (Canê, Canê). Appunto. La musica stessa è rivoluzione.

(Aggiornato al 13 aprile 2023)