“Scambierei volentieri tutte le immagini dipinte di Cristo con una sua foto”
(George Bernard Shaw)
A metà Ottocento il mondo della comunicazione venne travolto da un’innovazione tecnica destinata a cambiare per sempre il nostro rapporto con la realtà: si pensò di aver trovato, finalmente, il modo per riprodurre la “Verità” e di poterla così mostrare al mondo.
Ma come sappiamo non fu così: la fotografia è divenuta uno strumento capace di raccontare punti di vista, realtà complesse e perfino contraddittorie. Espressioni più che della realtà
del loro racconto, le immagini sono diventate un modo onnipresente per interpretare, più che vedere, ciò che ci circonda.
Alcuni scatti, presi nel momento e nel posto giusti, diventano qualcosa di più di semplici immagini: si trasformano in “icone”. Simboli statici che riescono a trasmettere messaggi molto più potenti di qualsiasi didascalia.
La fotografia resta una delle invenzioni più dirompenti della storia,condiziona il nostro modo di pensare e di comprendere ciò che ci sta intorno. Soprattutto oggi, mentre veniamo bombardati da una miriade di frammenti di realtà digitale nel nostro quotidiano connesso, è bene fermarsi a riflettere su cosa sia, e che significati abbia.
Di questo parliamo nel numero che state leggendo, ricco di punti di vista e di storie che speriamo possano aprire la strada a future nuove riflessioni.
Abbiamo intervistato una storica dell’arte, Federica Muzzarelli, che ci ha raccontato come la fotografia sia un mezzo capace di catturare la realtà, fissando un attimo in un’immagine e consegnandolo alla “storia”, ma anche un’azione, spesso strumento di resistenza e di lotta.
Non è infatti importante solo l’iconicità di un’immagine ma anche l’uso che se ne fa: questo uno dei punti “fermi” sottolineati da Lorenzo Tugnoli protagonista della seconda intervista contenuta in questo numero. Tugnoli, fotoreporter, è stato il primo italiano a vincere il Premio Pulitzer per la fotografia per il suo reportage in Yemen.
Alcuni articoli di questo numero sono dedicati a fotografie che possiamo considerare iconiche perché simbolo della loro epoca o di un certo evento o “semplicemente” perché in grado di parlare ancora oggi nella loro immediatezza.
Davide Leveghi scrive del caso “irrisolto” del miliziano ritratto da Robert Capa nel 1936 durante la guerra civile spagnola; Tommaso Baldo racconta la strana vicenda di una drammatica immagine di fucilazione durante la seconda guerra mondiale per anni usata in modo del tutto improprio; Sara Zanatta ripercorre la storia di una delle immagini più famose di Letizia Battaglia, quella della bambina col pallone.
Da non perdere il bell’articolo di Muriel Prandato della Fondazione Alinari per la Fotografia che racconta una selezione di ben sei VIP (Very Important Photo) tratte dai loro Archivi.
Per la nostra Gallery, Matteo Gentilini propone invece una serie di scatti “accidentalmente famosi”, entrati nella storia pur senza volerlo.
La fotografia è uno strumento raffinato, perché è in grado non solo di testimoniare i grandi eventi, ma anche di riflettere i cambiamenti sociali e di costume, trasversali a paesi e culture. Ad esempio, a un certo punto le persone iniziano a sorridere davanti all’obiettivo. Perché prima non lo facevano? Ne scrive Francesco Filippi nel suo pezzo “Dite cheese!! “
Fanno da contraltare a questa piccola storia del sorriso, le riflessioni sulla fotografia di guerra. Oltre al punto di vista con Lorenzo Tugnoli, ne scrivono Francesco Frizzera – direttore del MITAG di Rovereto – a proposito della mostra “Diario dal fronte” con gli scatti di Livio Senigalliesi, e Alice Manfredi con una riflessione sulle immagini fotografiche uscite da uno dei luoghi più travagliati del nostro tempo: Gaza.
Insomma un numero da leggere, ascoltare, ma questa volta – soprattutto – da guardare!
(Aggiornato al 15 gennaio 2026)
