Un altro paio di maniche

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“È tutto un altro paio di maniche” è espressione d’uso comune per indicare un cambio netto rispetto a una precedente situazione. La sua origine va trovata in una pratica che ai nostri occhi appare alquanto bizzarra: in età medievale o nel Rinascimento, era infatti consueto sostituire le maniche di un abito, rendendolo così “nuovo”, imparagonabile alla sua versione precedente. Entrare nella storia dell’abbigliamento in un’ottica di lunga durata assomiglia un po’ a questa usanza: l’abito è una fonte straordinaria per la storia perché testimonia la persistenza e le rotture, parziali o inequivocabili, rispetto al passato più lontano. 

Questo numero di History Lab Magazine, curato da Davide Leveghi e Michele Toss, parte proprio dalla considerazione che studiare l’abbigliamento significhi immergersi nell’evoluzione dei modi di produrre, di commerciare, di relazionarsi, di comunicare. Parlare di vestiti vuol dire affrontare le trasformazioni dei valori, dei progetti politici, di una società e degli individui che la compongono. Vestirsi è parte integrante della vita e pertanto dei processi storici, e non a caso ci siamo rivolti per i punti di vista a chi li ha studiati nel passato e a chi invece li analizza nel presente, in un’ottica di sensibilizzazione alla sostenibilità.

Nel primo caso, la professoressa Maria Giuseppina Muzzarelli ci illustra dei casi significativi su come l’abito possa rappresentare un punto di vista privilegiato per studiare la storia. L’Italia dei Comuni o l’Italia delle corti rinascimentali restituiscono un quadro estremamente affascinante di un universo economico, sociale, politico e religioso che trova proprio nel modo di vestirsi un perno di un sistema valoriale complesso, stratificato, in movimento. 

Più legata al presente e al controverso fenomeno del fast fashion (la pratica di produrre i capi d’abbigliamento rapidamente e a basso costo, con tutte le conseguenze del caso su tutti gli attori della filiera produttiva come del consumo), è l’intervista alla giornalista Silvia Gambi. Fondatrice della piattaforma “Solo Moda Sostenibile”, ci ha raccontato il suo lavoro di informazione ed educazione a pratiche di consumo dei vestiti e della moda il più sostenibili possibile. 

Produzione, consumo, immaginari: sono questi i tre “momenti” della vita di un vestito attorno a cui si sviluppa il numero. E attorno a questi abbiamo cercato di raccogliere i contenuti che potrete leggere in questo numero del Magazine. 

Sul momento produttivo ci dice qualcosa Cinzia Lorandini, professoressa di Storia economica presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento. Dal suo articolo, dedicato alle donne trentine nelle filande ottocentesche, emerge il quadro di una realtà poco conosciuta ma che molto racconta dei rapporti produttivi così come di un’ottica di genere ben distante dallo stereotipo che confina le donne al solo ruolo domestico. 

Una volta prodotti, i capi d’abbigliamento vengono commercializzati e pertanto consumati. Ma quali sono le modalità di consumo dei vestiti? E come sono cambiate? Alcuni casi di studio ci permettono di gettare uno sguardo anche su questo secondo “momento” del ciclo di vita degli abiti. Casi di studio concreti che, nell’articolo di Elena Tonezzer, ci riportano a una Trento appena entrata nella modernità novecentesca e nelle sue tumultuose trasformazioni. È qui che la prima boutique di moda apre in città.

Affacciarsi, infine, sugli immaginari aperti dall’abbigliamento o ancor più dalla moda spalanca un infinito ventaglio di possibilità. Potrete trovare la riflessione di Francesco Filippi su come i potenti utilizzano il vestiario nei momenti pubblici, la gallery di Tommaso Baldo su come l’autorità imponga alle persone una specifica maniera di vestirsi e “un caffè con..”, curato da Matteo Gentilini, in cui la costumista Lia Morandini racconta la sua esperienza di professionista che per il cinema e la televisione studia e prepara gli abiti che devono calare lo spettatore in mondi cronologicamente lontani e passati. 

Di immaginari che scaturiscono dal vestiario, infine, non potevamo che occuparci dalla nostra prospettiva di museo: Sara Zanatta si è interrogata sul quando un vestito possa entrare in una mostra o in una collezione museale, mentre Elisabetta Antonelli ci racconta una storia che esce dai nostri archivi, nello specifico da quell’universo meraviglioso che è l’Archivio della cantante Gigliola Cinquetti. È qui che riviste, abiti, dischi e soprattutto centinaia di migliaia di lettere scritte dai fan narrano un’Italia che cambia, in cui l’apparenza è molto di più che un semplice vestito indossato ma è specchio di speranze, aspettative, delusioni, arrabbiature. 

Dentro un capo di abbigliamento, insomma, c’è molto di più che una trama di filamenti. Leggere questo numero ve ne darà un’idea. 

(Aggiornato al 14 maggio 2026)