Gli altri manifesti: i proclami del Novecento sul grande schermo

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Che cos’è un manifesto? È una dichiarazione solenne, un atto di rottura, un testo che pretende di cambiare il presente invocando un futuro diverso. Dal Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels ai proclami delle avanguardie artistiche del Novecento, i manifesti hanno sempre avuto la forza di condensare un’epoca in poche frasi nette, capaci di infiammare piazze, scuole, atelier. Sono testi brevi ma efficaci, destinati non solo a essere letti, ma recitati, gridati, impressi nella memoria collettiva.

Nel 2015 l’artista e regista tedesco Julian Rosefeldt ha raccolto questa eredità in “Manifesto”, film-installazione che mette in scena oltre cinquanta testi programmatici. Dalle parole di Marinetti, Breton o Tzara a quelle di Oldenburg, Venturi, Fontana, passando per i Situazionisti e Fluxus, il film compone un mosaico che attraversa politica, arte, architettura e cinema. Non si tratta però solo di un’antologia illustrata: Rosefeldt infatti non vuole commentare i manifesti, ma riattivarli, farli risuonare nel presente.

“Manifesto” è formato da tredici episodi autonomi, ciascuno affidato a un personaggio, sempre interpretato dall’impeccabile Cate Blanchett, la quale recita parte di testi presi da manifesti storici. Le parole, però, non sono mai pronunciate nel contesto originario. Una burattinaia parla dei princìpi del Surrealismo e dello Spazialismo. Una maestra elementare cita Jim Jarmusch e Werner Herzog, e introduce i suoi alunni al Dogma 95 di von Trier e Vinterberg. Una vedova pronuncia, in tono funebre, frammenti dei manifesti dadaisti. Una madre conservativa, una volta preparato il pranzo, prega con la famiglia invocando Claes Oldenburg e la Pop Art. Il contrasto è il cuore dell’opera: la solennità dei proclami si scontra con la banalità degli ambienti quotidiani. È proprio questa tensione a produrre un effetto straniante, che costringe lo spettatore a riascoltare frasi note con orecchie nuove. In un salotto borghese, in una fabbrica o un inceneritore, in un cimitero di periferia, i testi delle avanguardie perdono la patina museale e tornano a vibrare come discorsi vivi, carichi di ironia, rabbia e utopia.

Rosefeldt mette così in luce la natura performativa del manifesto. Non sono testi pensati per la riflessione silenziosa, ma per la voce, per il corpo che li pronuncia, per l’uditorio che li riceve. Il film dimostra che il manifesto esiste solo come atto: è un gesto linguistico che vuole scuotere e mobilitare. La scelta di affidare i monologhi a personaggi immersi nella vita di tutti i giorni ricorda che ogni dichiarazione politica o artistica deve fare i conti con la realtà concreta, con la routine che resiste a ogni rivoluzione.

Guardati oggi, molti manifesti sorprendono per la loro attualità. La condanna del capitalismo come sistema di rapina, l’invito a distruggere le vecchie convenzioni artistiche, la ricerca di una comunità creativa globale: sono temi che continuano a interrogarci. Al tempo stesso, alcuni passaggi rivelano il rischio dell’assolutismo e del dogma. “Manifesto” non prende posizione definitiva: celebra la potenza visionaria delle avanguardie, ma ne mostra anche le contraddizioni e l’eccesso retorico. L’opera ha un valore politico e culturale preciso. In un’epoca dominata da slogan effimeri, da tweet e da messaggi pubblicitari, Rosefeldt recupera la forma manifesto come patrimonio comune, chiedendosi se sia ancora possibile dichiarare qualcosa con forza, senza cadere nel cinismo o nell’ironia.

Il film non offre risposte, ma rilancia la domanda: che cosa significa “manifestare” oggi? Un manifesto non è solo un elenco di buone intenzioni, ma una promessa di cambiamento. Per funzionare, ha bisogno di un corpo, di una scena, di una comunità che lo accolga. Ecco perché “Manifesto” è più di un collage di testi: è un “manifesto dei manifesti”. Riunendo voci lontane nel tempo e nello spazio, Rosefeldt costruisce un’opera che riflette sulla forma stessa del manifesto, sulla sua forza e fragilità. Il film ci invita a guardare i proclami non come reliquie, ma come strumenti ancora utili, purché trovino interpreti capaci di incarnarli. Nel rumore del nostro presente, fatto di dichiarazioni rapide e dimenticate, “Manifesto” ricorda che una parola pronunciata con convinzione può ancora aprire una breccia nel reale.

Matteo Morando
Studente presso l’Università degli studi di Udine, più precisamente al DAMS di Gorizia, è un grande appassionato di cinema e storia.Nel tempo libero ama viaggiare e andare a correre.

(Aggiornato al 19 novembre 2025)