Liliana Cavani e la memoria partigiana

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Se osserviamo lo spazio che nel discorso pubblico del dopoguerra è stato riservato alla celebrazione della Resistenza femminile, appare evidente come la società italiana sia stata presto colta da una singolare amnesia. La normalizzazione dell’esperienza resistenziale comportò la rapida rimozione della soggettività femminile, segno della persistenza di stereotipi che ammettevano l’impegno delle donne solo entro confini socialmente accettabili.

La guerra partigiana aveva posto le premesse per un riscatto femminile che non si compì pienamente e fu necessario attendere due decenni perché la narrazione resistenziale, fino a quel momento declinata al maschile, si aprisse a voci diverse.

Un ruolo decisivo ebbe un lavoro televisivo realizzato da Liliana Cavani nel 1965. In occasione del ventennale della Liberazione, il TG RAI le propose di girare La donna nella Resistenza. Cavani non era ancora la regista de Il portiere di notte (1974) e i suoi lavori nascevano dal bisogno di comprendere aspetti della storia recente poco indagati, colmando un vuoto di conoscenza personale e collettivo. Il documentario si concentra sulla partecipazione attiva delle donne, un tema che neppure la storiografia aveva affrontato compiutamente. Opere come La resistenza taciuta di Anna Bruzzone e Rachele Farina o Compagne di Bianca Guidetti Serra sarebbero infatti uscite solo tra il 1976 e il 1977.

La regista Liliana Cavani

Il film di Cavani è costruito intorno alle testimonianze di alcune delle numerose donne che presero le armi e organizzarono la Resistenza. Vale la pena ricordare che furono circa 35.000 le partigiane impegnate nella lotta armata, 70.000 le militanti nei gruppi di difesa, 3.000 le deportate, oltre 600 le fucilate, 19 le medaglie d’oro al valor militare. Numeri che mal si adattano all’immagine della “staffetta”, in cui è stata a lungo ridotta l’intera esperienza delle donne partigiane.

Per equilibrare questo sguardo limitato sulla Resistenza femminile, la regista sceglie di dare voce alle donne, con una serie di interviste che restituisce in modo molto efficace il carattere plurale di una partecipazione alla lotta partigiana che nasce da istanze e segue forme molto diverse tra loro. La storia di una contadina di montagna si intreccia a quella della cattolica militante di sinistra, i ricordi di una giovane intellettuale di città si alternano a quelli di un’operaia, in un racconto corale che fa della varietà di sguardi e di esperienze la propria forza. Non c’è insistenza sulla componente politica della lotta; Cavani sembra infatti voler sottrarre la memoria partigiana a quella dei partiti, per insistere sulle ragioni private e sulle scelte personali che hanno condotto quelle giovani donne a imbracciare le armi in difesa della libertà.

La regista carpigiana, allora poco più che trentenne, percorre il Paese per raccogliere le voci di una ventina di donne cui nessuno aveva mai chiesto una testimonianza, benché molte fossero figure di rilievo. È il caso di Germana Boldrini, che aprì l’attacco di Porta Lame a Bologna, o Marcella Ficca, moglie del medico di Regina Coeli e coinvolta nell’evasione di antifascisti condannati a morte, tra cui Saragat e Pertini. I loro nomi non compaiono nel film, segno di una forma di pudore che attraversa l’opera.

Alcune delle donne intervistate da Liliana Cavani

Nel documentario colpisce, in generale, l’assenza di enfasi, come se le tragiche vicende che vengono ripercorse fossero in certa misura naturali, in circostanze eccezionali come quelle imposte dalla guerra partigiana. Lo ha detto bene Cavani riflettendo sulla semplicità di quelle testimonianze: «si rievocavano imprese militari pericolose con il tono dimesso con cui si raccontano gesti di tutti i giorni, quasi a rivendicare la normalità delle loro azioni eroiche, la reazione naturale a un sopruso».

La sera della sua messa in onda, il film venne visto da 1.700.000 spettatori. Non ebbe in seguito una circolazione diffusa, ma l’impatto mediatico è davvero significativo. Non a caso, il quotidiano L’Unità lo definì «la miglior trasmissione sulla Resistenza vista finora alla nostra televisione».

La Resistenza – lo ha ricordato Luca Baldissara (Italia 1943. La guerra continua, 2023) – è stata «la lotta di una rilevante minoranza di massa». All’interno di quella minoranza vi era un’ulteriore minoranza, rimasta a lungo priva di voce. Nel percorso di riconoscimento del ruolo decisivo svolto dalle donne tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, il film di Cavani rappresenta uno snodo fondamentale, che merita di essere riscoperto e ricordato.

(Aggiornato al 12 marzo 2026)

Maurizio Cau
Ricercatore presso l’Istituto Storico Italo-Germanico della Fondazione Bruno Kessler di Trento, si occupa di storia politica e giuridica del Novecento, ma pure del ruolo che le immagini (fisse e in movimento) hanno avuto nel passato. Quando può, si chiude in una sala cinematografica o si guarda intorno armato di una scatoletta fotografica.