«Fui sempre sorvegliata»: partigiane e patriote trentine

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La storia della Resistenza trentina è ancora paradossalmente poco conosciuta, stretta tra narrazioni celebrative e tutt’altro che utili letture stereotipate quando non apertamente antipartigiane. È anche per questo motivo che preferiamo parlare, più che di Resistenza trentina, di “Resistenza dei trentini e delle trentine” come primo passo per ritornare a indagare biografie e percorsi individuali, fuori e dentro i confini del territorio. Per poter abbozzare una riflessione, qui solo preliminare, sulle donne trentine nella lotta di liberazione, dobbiamo partire dai numeri dei “resistenti” trentini che si ricavano da una ricerca non ancora pubblica ma realizzata sulla base di molteplici fonti (dai documenti della Commissione patrioti provinciale di Trento alle schede ANPI, dai database locali a quelli nazionali). Secondo i dati attuali della ricerca, sono circa 15.000 coloro che si oppongono ai tedeschi all’indomani dell’armistizio: 2.500 sono combattenti (al momento dell’armistizio e nell’Esercito regolare del Regno del Sud), 10.000 sono internati militari nei lager nazisti e 2.300 partigiani/patrioti (250/300 all’estero, 500 in Italia e più o meno 1.500 in Trentino). 

È una fotografia, per quanto schematica, della complessità del fenomeno resistenziale e della guerra di liberazione, nella quale si inseriscono anche le vicende delle partigiane trentine, che si muovono in Italia e a livello locale. Tra le figure più conosciute c’è Tina Lorenzoni: crocerossina e staffetta della 5a Brigata GL (1a Divisione Giustizia e libertà), perde la vita durante i combattimenti per la liberazione di Firenze a fine agosto 1944. Citata anche da Piero Calamandrei nel suo discorso all’Assemblea costituente del 4 marzo 1947, Tina è una delle 19 donne decorate con la medaglia d’oro al valor militare, assieme alle conterranee Clorinda Menguzzato e Ancilla Marighetto. Con lei ci sono altre 31 giovani donne che entrano nel movimento resistenziale fuori provincia: alla fine della guerra, saranno riconosciute 12 partigiane combattenti e 19 patriote. Se escludiamo Valeria Julg, antifascista, comunista e perseguitata dal regime già durante il Ventennio, per tutte le altre l’adesione alla lotta antinazifascista avviene sull’onda dell’8 settembre e della brutale occupazione germanica. La “scelta” di combattere e di schierarsi comporta ovviamente dei rischi, che alcune pagano con la morte (dopo essere stata catturata, Tina Lorenzoni rimane uccisa nel tentativo di fuga), altre con l’arresto e la deportazione nei lager tedeschi (3). Su questa trentina di donne impegnate nella Resistenza italiana, possediamo poche testimonianze: solo Ines Pisoni ne ha lasciato traccia in un volume edito nel 1978, Mi chiamerò Serena. Fidanzata di Mario Pasi, Ines, che assumerà il nome di battaglia di “Serena”, è una militante comunista già prima dell’8 settembre 1943. Ma all’indomani dell’armistizio la frenesia di agire, di “fare qualcosa di più”, prende il sopravvento. Con altre donne, cattoliche (come Duccia Calderari), comuniste e socialiste, raccoglie viveri, medicinali e indumenti per i partigiani in montagna; scrive su Il proletario, giornale del Pci trentino, un articolo sulle donne e sul loro impegno per la Liberazione.

«E mi vien fatto di pensare alla staffetta che arrivava da Padova con la valigia piena di giornali, alla compagna di Rovereto che nel suo piccolo negozio smistava la stampa clandestina e in casa ospitava i partigiani, alla contadina del piccolo paese di montagna […] che pure aveva ospitato in casa la macchina per fare il giornale sovversivo, alle ragazze di Trento che sferruzzavano per preparare le maglie ai nostri partigiani, alle donne che in tutta l’Italia lottavano e speravano. Non erano estranee alla guerra, no. E ogni fatto della politica le riguardava, anche se tutte non ne avevano coscienza».

Dopo aver iniziato la “sua” resistenza in Trentino, Ines si sposterà in Romagna e a Ravenna, nei ranghi della 28a Brigata Garibaldi Mario Gordini, continuerà la lotta anche dopo la liberazione della città. 

Più numerosa invece è la presenza femminile nelle formazioni partigiane trentine o che operano nelle zone di confine tra Trentino e Veneto (Bellunese e Vicentino), per un totale di 102 patriote e 33 partigiane combattenti. Una militanza che costa 4 cadute, 6 ferite o ammalate per cause legate alla guerra partigiana e ben 44 arrestate e/o deportate nel lager di Bolzano o in Germania. Similmente ai maschi, anche l’universo femminile partigiano, da un punto di vista formativo e sociale, rispecchia i caratteri della società trentina di quegli anni. Una scolarizzazione elementare, con poche diplomate e ancor meno laureate, e una serie di connotati sociali che segnalano, sulla base delle poche e scarne informazioni oggi disponibili, il predominare di casalinghe e contadine (36) a fronte di impiegate (13), maestre/insegnanti (5), sarte (3), operaie (1) e studentesse (2). Sono donne, lavoratrici, ma anche mogli, madri, figlie e sorelle che sostengono la causa partigiana in virtù della minaccia nazista che incombe sulle loro famiglie. L’amore, l’affettività, l’istinto protettivo e il desiderio di reagire alle molteplici forme della violenza nazista comportano un’assunzione di responsabilità nella lotta contro l’occupante e solo successivamente una maturazione più strettamente politica. L’attività svolta nel corso dei 20 mesi della guerra partigiana si manifesta in qualità di staffette (43), un ruolo che ritorna nel più ampio contesto della Resistenza italiana, di collaboratrici (10) e di infermiere (2). Ma rispetto ai partigiani/patrioti maschi è possibile ritrovare negli incarichi svolti dalle donne “un di più”, cioè la capacità di svolgere contemporaneamente più ruoli e funzioni. 

Staffette ma anche informatrici, propagandiste, infermiere, fiancheggiatrici della guerriglia (rifornimento di viveri, trasporto di armi e munizioni, assistenza e ospitalità); solo di rado e solo qualcuna impugna realmente le armi. I ruoli di comando affidati alle donne sono minoritari ma non inesistenti: nella Resistenza locale possiamo ritrovare una vicecommissaria di brigata, una capo servizio sanitario di brigata e due sottotenenti. È comunque un quadro che, nel suo complesso, segnala anche per il movimento di resistenza trentino il persistere di una visione maschile (e maschilista) della guerra partigiana come contesa armata tra uomini. Se tale concezione era il segno della cultura dell’epoca, oggi sarebbe importante recuperare storie e memorie femminili per avere un quadro il più completo possibile sulle loro scelte, sugli sentimenti e sugli ideali che le spinsero ad agire e ad assumersi dei rischi in prima persona, al pari dei compagni di lotta uomini. Del resto la natura stessa della guerra nazifascista, brutale e violenta, totale e assoluta, non faceva sconti a nessuno: come scrive Ines Pisoni, «non si poteva stare a guardare».

(Aggiornato al 12 marzo 2026)