Le immagini non parlano da sole

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Al centro dell’immagine, in secondo piano, cinque uomini in piedi di spalle, in abiti civili. Qualcuno di loro indossa un berretto, altri un cappello. Sullo sfondo alberi.

In primo piano un plotone d’esecuzione con i fucili puntati.

L’immagine è presa un attimo prima che i soldati aprano il fuoco e falcino i cinque condannati a morte. Senza dubbio “fa effetto” nella sua drammaticità.

Per anni il pubblico italiano ha visto quest’immagine utilizzata sulle locandine degli eventi legati alla commemorazione dei caduti nelle foibe. Cioè delle persone giustiziate dall’Esercito popolare di liberazione jugoslavo in Istria e nella Venezia Giulia.

Ma bastano poche conoscenze storiche per accorgersi che si trattava di un uso improprio: i soldati in primo piano non indossano la bustina con la stella rossa dei partigiani jugoslavi ma l’elmo d’acciaio del Regio Esercito Italiano.

Dunque cosa mostra davvero questa fotografia?

La fucilazione di cinque contadini sloveni ad opera dell’esercito italiano avvenuta nel villaggio di Dane, a sudest di Lubiana, il 31 luglio 1942. I loro nomi erano: Franc Žnidaršič, Janez Jranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec (elencati da sinistra a destra nella fotografia).

Per cambiare completamente il significato di un’immagine non serve modificarla o fabbricarla con l’intelligenza artificiale, basta cambiare la didascalia. Una fotografia, come ogni documento storico, non mostra “la Verità”, ma solo un pezzo della stessa. Ne va quindi verificata l’autenticità mentre si opera un confronto con altre fonti coeve e la si contestualizza, secondo i tre passaggi tracciati da Marc Bloch in Apologia della storico o mestiere di storico; un libro che lo storico francese scrisse prima di fare la stessa fine dei cinque contadini sloveni, cioè essere assassinato dai nazifascisti.

Le questioni poste dall’uso della fotografia come documento storico, a cui si sono aggiunte il tema della sua diffusione ed uso attraverso il  web e poi la possibilità di modificare o creare “immagini d’epoca” con l’Intelligenza Artificiale, possono essere affrontate solo se si tiene presente quello che Bloch chiama “il metodo critico”.

La drammatica immagine della fucilazione di Dane è un perfetto esempio a cui applicarlo, perché ci mostra tutte le complessità alla base della produzione di un’immagine fotografica e del suo utilizzo nel corso del tempo.

Per orientarci possiamo utilizzare una breve check list, utile da tener presente per approcciarsi sia ai documenti storici che alle fonti di informazione.

– Che tipo di documento è?
Una fotografia.

– Chi ha prodotto il documento?
Uno dei soldati o degli ufficiali presenti al momento della fucilazione.

– Quando?
31 luglio 1942.

– Dove?
A Dane in Slovenia.

– A chi si rivolge?
Non possiamo saperlo con certezza, o per se stessi o per i propri superiori.

– Con quale scopo?
O per serbare un ricordo del fatto o per dimostrare ai propri superiori che si stava agendo in base ai loro ordini, come la circolare 3C emanata dal generale Roatta nel marzo 1942 che prevedeva il «ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono italiano”».

– Cosa so del contesto?
Durante la seconda guerra mondiale l’esercito italiano si trovò ad affrontare in Slovenia e in altre parti della Jugoslavia un movimento partigiano efficiente e determinato che gli inflisse gravi perdite, i comandi italiani ordinarono rappresaglie contro i civili per far venir meno il loro appoggio alla guerriglia.

– Chi e perché ha conservato il documento?
La fotografia, assieme a diverse altre, compresa quella che mostra i cinque contadini costretti a scavarsi la fossa, venne ritrovata dai partigiani jugoslavi dopo lo sfascio dell’esercito italiano l’8 settembre 1943. 

Nel 1946 venne inserita nel libro «Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana» che intendeva dimostrare le atrocità commesse in Slovenia dagli occupanti italiani. Era un modo per dare forza sia alla richiesta jugoslava di poter processare i criminali di guerra italiani (che non fu mai accettata dall’Italia), sia per sostenere le rivendicazioni jugoslave sull’Istria e Trieste di cui si stava discutendo al momento della stipula dei trattati di pace (cui sarebbe seguito l’esodo della stragrande maggioranza della popolazione italofona dell’Istria, ceduta alla Jugoslavia).

Oggi l’immagine originale è conservata presso la fototeca del Museo per la storia contemporanea di Lubiana con il numero p.11818.

Altrettanto interessante è chiedersi come si sia diffuso l’uso improprio della fotografia per rappresentare le vittime delle foibe. Per rispondere a questa domanda torniamo aMarc Bloch. L’approccio volto a “smascherare il falso” non è infatti sufficiente, occorre piuttosto affrontare il fatto che in realtà le immagini non “parlano da sole” ma proiettiamo spesso su di esse ciò che è già nella nostra testa.

Anche in questo la fotografia della fucilazione di Dane mi pare un esempio da manuale. Le complesse vicende storiche del litorale alto adriatico e del confine orientale sono state e continuano ad essere al centro di un groviglio di rimozioni dalla memoria pubblica e soprattutto scontano la mancata conoscenza di ciò che la violenza di tutti gli stati coinvolti nelle vicende di quei territori nel corso del Novecento ha distrutto: la realtà multilinguistica e multiculturale di un territorio di confine.

(Aggiornato al 15 gennaio 2026)