«Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato …».
Con queste parole Alcide De Gasperi, Primo ministro e Ministro degli esteri della neonata Repubblica Italiana prese la parola il 10 agosto 1946 davanti ai delegati dei paesi vincitori della seconda guerra mondiale durante la Conferenza di pace di Parigi.
Il risultato di quella Conferenza di pace fu in linea con la situazione di partenza perfettamente inquadrata da De Gasperi. L’Italia perse tutte le colonie (anche se la Somalia resterà sotto Amministrazione fiduciaria italiana sino al 1960), l’Istria e Fiume, mentre Trieste era sotto amministrazione fiduciaria anglo-americana (vi sarebbe rimasta sino al 1954).
Veniva però confermato il confine al Brennero e quindi la sovranità italiana sulla Provincia di Bolzano, abitata in maggioranza da popolazione di lingua tedesca. Quel confine era stato tracciato dopo la Grande Guerra, con il trattato Saint Germain-en-Laye (10 settembre 1919).

Tre anni dopo, con l’ascesa del regime fascista, la popolazione germanofona aveva iniziato a subire politiche di “italianizzazione” forzata: esclusione dai pubblici impieghi, trasferimento sul proprio territorio di pubblici dipendenti e operai di lingua italiana (Bolzano passò da 20.000 abitanti nel 1919 a 60.000 nel 1939), italianizzazione di toponimi e nomi di famiglia, divieto dell’insegnamento della lingua tedesca a scuola e del suo utilizzo sulla stampa (esclusa quella ecclesiastica).
Nel 1939 con gli accordi Mussolini-Hitler, la popolazione altoatesina/sudtirolese e trentina di lingua tedesca (ma anche ladina, cimbra e mochena) venne posta di fronte ad una scelta drammatica, ad un vero e proprio ricatto: prendere la cittadinanza del Reich di Hitler e lasciare la propria terra oppure rassegnarsi alla completa italianizzazione.

Fu un momento drammatico che spaccò le comunità e le famiglie. Entro il 31 dicembre 1940 l’86% della popolazione in questione (circa 200.000 persone) optò per la cittadinanza tedesca, ben 77.000 tra loro lasciarono effettivamente la propria terra, tutti i maschi adulti atti alle armi che avevano preso la cittadinanza tedesca vennero arruolati nell’esercito del regime nazista. Molti di loro proprio con la divisa tedesca indosso avrebbero partecipato all’invasione dell’Italia l’8 settembre 1943.
Dal 10 settembre 1943 sino alla liberazione ai primi di maggio 1945 le province di Bolzano, Trento e Belluno vennero di fatto incorporate nella Germania nazista in quanto dichiarate Zona d’operazione delle Prealpi (Alpenvorland).

In provincia di Bolzano vi furono due piccoli movimenti di Resistenza: il Comitato di Liberazione Nazionale di lingua italiana e l’Andreas Hofer Bund di lingua tedesca, ma non riuscirono a collaborare né durante la guerra né nel periodo successivo alla liberazione. A dividerli era il destino di quel territorio che la Resistenza italiana rivendicava per il proprio paese e l’Andreas Hofer Bund chiedeva fosse ricongiunto ad un Austria tornata indipendente (era stata incorporata nel 1938 nella Germania nazista).
Al termine del conflitto mondiale l’Austria tornò effettivamente ad esistere come Repubblica federale ma fino al 1955 fu uno stato a sovranità limitata (privo della possibilità di agire in politica estera) e occupato da truppe statunitensi, inglesi, francesi e sovietiche. Furono questa condizione e le decisioni delle grandi potenze a favorire l’Italia, vanificando le richieste austriache e della popolazione di lingua tedesca altoatesina/sudtirolese.
Su queste premesse si arrivò all’accordo sottoscritto a Parigi il 5 settembre 1946 da Alcide De Gasperi e dal ministro degli esteri austriaco Karl Gruber. Con quell’accordo l’Italia si impegnò a comportarsi con la popolazione di lingua tedesca come un paese realmente democratico: garantì l’insegnamento primario e secondario nella lingua madre, l’uso del tedesco su una base di parità con l’italiano nella pubblica amministrazione e nella topografia, l’eguaglianza nell’ammissione ai pubblici uffici e “un potere esecutivo e legislativo autonomo”.

Quest’ultimo impegno verrà applicato concedendo l’autonomia alla Regione Trentino/Alto Adige- Südtirol, quindi anche alla Provincia di Trento, in modo da garantire la maggioranza alla popolazione di lingua italiana. Una scelta che avrebbe portato alle tensioni successive alla seconda metà degli anni Cinquanta, sino al fallimento della Regione stessa e ad un nuovo statuto di autonomia nel 1972.
Ma questo non deve far dimenticare i grandi meriti di quell’accordo del 5 settembre 1946. In quegli anni la pulizia etnica era una pratica largamente diffusa: circa 10 milioni di tedeschi stavano venendo espulsi dall’Europa centro-orientale, nel 1947 vi sarebbe stato un esodo di 15 milioni di persone a causa della partition del subcontinente indiano tra India e Pakistan. Tra 1948 e 1949 circa 700.000 palestinesi sarebbero stati cacciati dalle proprie case dalla nascita di Israele. In altri casi un mix di oppressione, odi nazionali, ideologici o religiosi, paura e speranza spinse centinaia di migliaia di persone a lasciare la propria terra. È il caso dei 250.000 istriani e dalmati di lingua italiana o della popolazione di religione ebraica di molti paesi arabi (circa 800.000 persone, ma provenienti da contesti e vicende molto diversi). In questo contesto drammatico l’accordo De Gasperi-Gruber consentì agli altoatesini/sudtirolesi che avevano optato per la cittadinanza tedesca nel 1939 di riavere quella italiana e consentì a 70.000 di loro di tornare alle proprie case.
Nonostante tutti i limiti che gli si possono attribuire l’accordo De Gasperi-Gruber portò la Repubblica italiana ad applicare un principio che ancora oggi appare rivoluzionario e che distingue le democrazie reali dai regimi basati sulla discriminazione etnica, nazionale e religiosa: avere la forza di fissare un confine non significa poter scacciare la popolazione che abita un territorio.
(Aggiornato all’8 ottobre 2026)
