Luigi XIV fu l’uomo più potente del suo tempo, eppure non si fece mai ritrarre sorridente.

George Washington scacciò gli inglesi da un continente, fondò una superpotenza e diede il suo nome a uno Stato e a una serie di città, ma nemmeno lui passò alla storia in immagini ridenti.

Come quasi tutti gli esseri umani di tutte le epoche, due degli uomini a cui sono state innalzate più statue nella storia, quando ridevano non erano un gran bel vedere.
Carie, tartaro, piorrea, avitaminosi e gli innumerevoli traumi della vita hanno fatto sì che una dentatura completa fosse, per la quasi totalità del genere umano nella sua storia, un’eccezione più che la regola. E i rimedi erano spesso più antiestetici del male: il re Sole era tormentato dagli ascessi e in pubblico si presentava con posticce protesi d’avorio per riempire i buchi tra le gengive, mentre il padre degli Stati Uniti portava una vistosa dentiera in osso di ippopotamo (che fosse in legno è una leggenda). E questo era il massimo che si potessero permettere i potenti del tempo.

Quando, a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, la fotografia porta la riproduzione del reale nelle immagini e nell’immaginario pubblici e le tele dei pittori condiscendenti sono sostituite dalle lastre d’argento, la situazione va peggiorando: le bocche semivuote si presentano flosce davanti agli obiettivi, e mentre le signore dell’alta società posano con velette e ventagli a coprirsi il volto, gli uomini si fanno crescere baffi spioventi sulle labbra. La borghesia europea in ascesa che posa per i ritratti di famiglia, a imitazione dei quadri delle élite, si presenta agli obiettivi seriosa e quasi cupa: un po’ per la solennità del momento, un po’ perché la situazione odontoiatrica di molti è tutt’altro che mostrabile. La necessità si fa regola e, nella prima fase della sua storia, quello della ritrattistica meccanizzata è un mondo tremendamente serio.
Mentre la fotografia diviene il metro della realtà accompagnando le notizie dei giornali solo chi viene colto di sorpresa dalla macchina fotografica lascia ai posteri l’immagine dell’interno della propria bocca, spesso con risultati imbarazzanti. A volte, come nelle fotografie dei criminali, il degrado orale viene mostrato, quasi fosse un simbolo di quello morale.
Ma come in tutte le tradizioni, c’è sempre qualcuno che a un certo punto spezza il tabù, e un sorriso “a trentadue denti” popola per la prima volta le pagine dei giornali di tutto il mondo.

Le fonti non concordano su una data univoca, ma gli indizi suggeriscono che si tratti dell’autunno 1912. Negli Stati Uniti è in corso la campagna elettorale per l’elezione del ventottesimo presidente. Accanto ai due partiti tradizionali, repubblicani e democratici, si presenta col suo Partito Progressista (Progressive Party, detto anche Bull Moose Party, il partito dell’ “alce maschio”) una vecchia volpe della politica a stelle e strisce, Theodore Roosevelt. Già presidente per i repubblicani tra il 1901 e il 1909, Roosevelt, molto amato, tiene fede alla promessa di non candidarsi per un terzo mandato e appoggia William H. Taft, che gli succederà. Deluso da Taft, rompe gli indugi e prova a candidarsi contro di lui nel 1912. Nonostante il successo alle primarie i repubblicani non lo candidano e così Theodore Roosevelt decide di fondare un nuovo partito.
Energico, estroso ai limiti del caricaturale, Roosevelt è un interventista in economia, un primattore in politica estera e un uomo che coltiva la propria immagine con l’elettorato.
Per lanciare la sua campagna sceglie un’immagine che segni una rottura com il paludato establishment di Washington, e la scelta cade su un ritratto fotografico “rubato” durante un incontro pubblico in cui lo si vede letteralmente esplodere in una grassa risata a bocca aperta.
Un’immagine che al contempo trasmette vigore giovanile – una sana dentatura è appunto legata all’immagine della gioventù – e vicinanza nei confronti del proprio elettorato, non prendendosi sul serio. Smiling President lo soprannominano i giornali del tempo.
Uno smile non tutto merito suo, in realtà: Theodore Roosevelt perde tre denti durante una scazzottata giovanile e quella che sfoggia è una chiostra almeno in buona parte ricostruita, ma l’effetto è decisamente convincente. Efficace, diretto, il sorriso di Theodore Roosevelt caratterizza la campagna del 1912 e rivoluziona la comunicazione politica: da allora in poi la politica, in America e poi nel resto del mondo, sarà sempre più appannaggio di sorrisi smaglianti, magari forzati o addirittura falsi, ma odontoiatricamente perfetti.
Questo progressivo cambio nei costumi e nell’immaginario contamina l’intera società: in America prima e poi nel resto del mondo, il dentista, come professione, si stacca dalla turpe fama del “cavadenti” con le tenaglie, strumento che lo accomuna al maniscalco, per mettersi il camice e diventare una professione medica, di cura e di estetica. L’inizio di un nuovo modo di affrontare la vita, la stessa immagine della sorridente “american way of life”, passa anche dall’odontoiatria di massa. E la fotografia, seguendo questo corso, si inventerà addirittura un modo per far mostrare i denti dei propri soggetti, inaugurando gli scatti del “say cheeeeese”.
Ma siamo già, per una buona parte dell’umanità, ben oltre la seconda guerra mondiale. In quella elezione infuocata non basteranno i denti di Teddy a spezzare il duopolio partitico americano: nel 1912 vince Woodrow Wilson, democratico, anche grazie alla spaccatura nell’elettorato repubblicano portata dal Bull Moose Party.

Per ironia della sorte, durante il rinfresco per il suo insediamento Wilson viene fotografato di sfuggita mentre accenna un sorriso verso l’obiettivo: denti macchiati, irregolari; lavori odontoiatrici decisamente approssimativi. Theodore Roosevelt, the smiling president, il primo politico “a bocca aperta” della storia, viene sconfitto da uno dei sorrisi meno accattivanti tra i presidenti del Ventesimo Secolo.
(Aggiornato al 15 gennaio 2026)
