Invisibili, femminile plurale

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Claudio Pavone, nel suo saggio Una Guerra Civile (1991), suddivide la Resistenza in tre grandi “guerre tematiche”: “guerra patriottica”, “guerra civile” e “guerra di classe”.

Tutte e tre importanti, anzi fondamentali, per inquadrare la Liberazione come movimento popolare antitotalitario.

E delle tre è probabilmente la prima quella più difficile per le partigiane: guerra “patriottica”, vale a dire, etimologicamente, il conflitto per stabilire un’eredità ideale sulla “terra dei padri”, dei genitori maschi, insomma. La guerra è affare da uomini, si sa: alle donne è concesso al massimo di subirla, non certo di farla.

E quando, come nel caso dell’Italia tra il 1943 e il 1945, è in gioco il diritto di appropriarsi della memoria del mondo ideale composto da un passato nazionale, glorioso e, ovviamente, tutto maschile, ecco che ancora meno si ha la possibilità di pensare che questo immane scontro possa essere anche “roba da femmine”. 

La Resistenza è stato uno dei moti di cambiamento più potenti e unici della storia europea in cui però, forse più che altrove, sono stati applicati antichi e rigidi canoni di racconto pubblico. Non solo nel suo svolgersi, ma anche dopo.

1945, fine aprile: i nazisti si arrendono, i fascisti buttano la camicia nera e scappano. Nelle città del Nord che hanno sofferto l’occupazione, le violenze, i rastrellamenti e le deportazioni i partigiani scendono in strada a festeggiare e a farsi celebrare dalla popolazione. Dalla dirigenza comunista, impegnata nelle lotte di potere all’interno del CLN, arriva l’ordine: “evitare che le donne sfilino con gli uomini in armi”. “Il Partito”, si dice, “ci tiene ad accreditarsi come forza rispettabile”. E vedere delle donne libere in mezzo a quei combattenti irsuti e abbronzati, ancora sporchi di monte, non sembra decoroso. Perché il dubbio si insinua già tra la folla festante: che ci fanno quelle ragazze sorridenti, così poco umili nel loro salutare e gridare “viva la libertà” per vie e piazze, insieme a quei maschi armati, induriti dalle fatiche della guerra, inselvatichiti dai disagi della latitanza? Una “brava ragazza” non se ne sta in un bivacco di montagna attorniata da uomini, proprio no.

Partigiane e partigiani italiani assistono all’entrata delle truppe alleate a Pistoia (8 settembre 1944)

Eppure le donne, nelle Brigate Garibaldi del PCI come in tutte le altre formazioni partigiane, hanno avuto un ruolo centrale e ben noto nella riuscita dello sforzo di liberazione. 35.000 censite come donne combattenti, quelle che rivendicano con orgoglio il proprio ruolo, anche se il pudore indotto dal maschilismo postbellico probabilmente fa apparire la cifra per difetto. Altre  70.000 dei Gruppi di Difesa della Donna, che operano proprio allo scopo di portare avanti una Resistenza che abbia al centro i temi della libertà femminile. Tante, forse troppe, per un’Italia postbellica che si è liberata dal fascismo ma non da quel machismo patriarcale che il fascismo ha saputo incarnare ed esaltare allo spasimo.

E così, dopo la guerra, si racconta lo sforzo femminile con terminologie differenti, utili a marcare la distanza dal maschile. Ci sono “i partigiani”: guerriglieri, eroi, maschi. Le combattenti con le armi in pugno, anche quelle che le formazioni partigiane le comandano, vengono presto dimenticate o presentate come fenomeni eccentrici. E poi ci sono le “staffette”, termine che nasce per indicare la fondamentale azione di collegamento e intelligence tra i gruppi resistenti ma che col tempo, dopo la guerra, acquista sempre più una sfumatura sminuente. 

Appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna sfilano per le strade di Milano  alla Liberazione (1945)

La ragazza in bicicletta che porta messaggi da una banda all’altra ingannando con la sua finta ingenuità le pattuglie nazifasciste; questo il ruolo della staffetta, che nel suo consolidarsi nell’immaginario sostiene due narrazioni apparentemente in conflitto ma che sminuiscono entrambe l’apporto femminile: da un lato, la sola guerra che possono fare le donne è quella dell’inganno, del mimetismo, pratica indegna del maschio combattente. Dall’altro, l’idea che questo lavoro di intelligence sia, nei fatti, meno pericoloso dello sparare, del combattere il nemico a viso aperto. Anche se spesso non è così. Molte pagano con la vita questo ruolo che verrà descritto come “ancillare”. Tragica ironia, la guerra con le donne sa essere più feroce che con gli uomini: lo stupro è il sovrappiù di violenza che una donna deve mettere in conto se decide di lottare. Perché alla fine, nelle cose da maschi, le femmine vengono sempre viste come oggetto sessuale. Una regola che si applica a tutte, indipendentemente dagli schieramenti. 

Sono pochissime le fasciste che vengono condannate dalla giustizia post bellica: torturatrici, delatrici, dirigenti politiche e combattenti della RSI giudicate non condannabili perché, in quanto donne, sospettate di essersi impegnate nello scontro solo per “amore dei loro uomini” o, peggio, liquidate come “puttane del nemico”. Donne guidate dai sensi, dalla propria impudicizia, “isteriche”, dominate cioè dal proprio utero, anche in uno scontro identitario come una guerra civile.

L’attrice Vera Rol, accusata di collaborazionismo coi nazifascisti, viene rasata in piazza, Milano, 28 aprile 1945)

La Resistenza è stata, dopo il 1945, un grande racconto nazionale, da cui però metà della nazione, le donne, è stata marginalizzata. Ora che l’intero racconto resistenziale è entrato in una crisi apparentemente irreversibile, anzi, forse proprio per questo, può essere arrivato il momento di inserire l’apporto femminile alla lotta di Liberazione non come qualcosa di aggiunto, ma come una parte fondamentale di quel pezzo di storia attraverso cui ancora ci raccontiamo.

(Aggiornato al 12 marzo 2026)