Sono solo canzonette?

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In principio ci fu la sfida in altezza tra fiori e pennuti:

Su un campo di grano che dirvi non so/Un dì Paperina col babbo passò/E vide degli alti papaveri al sole brillar e li s’incantò…

cantava un’Italia ancora affannata a sbancare macerie e ritrovare il proprio posto nel mondo: le spiagge si riempivano a stento, un po’ perché in pochissimi si potevano permettere “la villeggiatura estiva”, un po’ perché i bagni di mare erano ancora affare da ragazzini con scompensi alimentari, un po’ perché alcune spiagge erano ancora minate. Insomma, Nilla Pizzi provava a far dimenticare gli affanni a un Paese in lenta ripresa cantando di papere e papaveri, anche se Trieste era ancora terra contesa e il governo De Gasperi scambiava braccia di minatori italiani in cambio di carbone belga e francese. Per sorte, era la stessa Nilla Pizzi che con “Vola Colomba” aveva cantato la Trieste divisa.

“Papaveri e Papere” viene considerato, tradizionalmente, il primo “tormentone estivo”: un motivetto disimpegnato, per veicolare la spensieratezza necessaria a far tirare un po’ il fiato a una società ancora bloccata da tensioni economiche e sociali.

Il tempo della pausa, che coincide con quello del caldo e del sole, in Italia è particolarmente lungo, complice un sistema scolastico ancora legato ai tempi dell’agricoltura. C’è bisogno, per questo, di temi di accompagnamento: canzoni che segnino il tempo dell’altrove e accompagnino le famiglie ancora a struttura patriarcale nel lungo periodo di lontananza: Tu vuo fa’ l’americano cantano nel 1956 le mamme coi figli al mare, mentre il padre della famiglia monoreddito rimane mesi interi in città, a lavorare.

Ballare per svagarsi, certo, ma anche per raccontare e farsi raccontare una popolazione che cresce e cambia. Più gente va in ferie, più potenti e diffusi sono i tormentoni, e più servono a omologare una società ancora molto frammentata.

Mambo Italiano nel 1958 fa ballare tutti sognando Sofia Loren, “maggiorata transatlantica” e orgoglio da esportazione; quando Modugno canta Nel Blu dipinto di Blu al Johnny Carson Show, benché in pochi in Italia sappiano chi sia Johnny Carson, nel Paese che sta preparandosi al boom economico si propaga l’idea che si stia tornando ad essere, dopo l’esilio fascista, possibile attore di un Occidente in formazione.

Più la situazione si normalizza, più si lavora, più si cresce, più ci si sente in diritto di prendersi una pausa. E le ferie estive diventano bene diffuso e quasi obbligatorio. E obbligatorio è avere un tormentone che sia colonna sonora dell’estate.

Per chiarirne la funzione, non solo la canzone viene portata in spiaggia dagli altoparlanti degli stabilimenti ma “va in ferie” raccontandola:

Sapore di sale, Abbronzatissima, St. Tropez Twist, Tintarella di Luna, Stessa spiaggia, stesso mare, Sei diventata nera, Legata a un granello di sabbia, Marina, Bandiera gialla, Stasera mi butto… gli anni Sessanta producono una sorta di “canzoni da spiaggia per la spiaggia”. 

Retro di copertina del disco “sapore di sale” (1963)

Mentre il boom si sgonfia e il 1968 prova a riscrivere il racconto pubblico, l’Italia si trova a immaginarsi insieme a Paolo Conte, cantato da Celentano, l’altra faccia della medaglia: la solitudine estiva di città: Lei è partita per le spiagge/E sono solo quassù in città/Sento fischiare sopra i tetti/Un aeroplano che se ne va…

La malinconia del restare è anche, in parte almeno, la malinconia di un’estate che non riesce ad essere spensierata abbastanza da replicare i baci salati e i granelli di sabbia, che si avvia verso un autunno “caldo” in modo diverso a come lo è stata la bella stagione. Il 1969 è dietro l’angolo, con la contestazione e con le bombe.

E con gli anni Settanta i tormentoni lasciano gli ombrelloni piantati sulla sabbia e provano a toccare la quotidianità di un’Italia che comincia a diversificare il proprio modo di riposare. 

Protagonista è l’amore combattuto, difficile, di conquista, tra Fiori rosa fiori di pesco, Pazza idea, e Balla, passando per dichiarazioni smaccate, come Tu sei l’unica donna per me, o i tentativi di riconciliazione di Pappalardo con Ricominciamo, a cui sembra rispondere, semplificando, Viola Valentino: Comprami. Una specie di inno al capitalismo stanco delle domeniche a piedi per i blocchi sulla benzina. Resistono, grazie al loro sapore di antico, vecchie glorie come la Orietta Berti di Fin che la barca va. E, a proposito di gloria, quella cantata da Tozzi è il tormentone italiano che, a più di un decennio da Volare, dimostra che l’Italia è ancora capace di far cantare tutto il mondo.

Gli anni Ottanta sono il decennio che definisce l’immarcescibilità di certi ritmi estivi, cristallizzando una visione che vorrebbe tornare idilliaca ma che sa tanto di nostalgia:

Vamos a la playa dei Righeira e Giuni Russo con Un’estate al mare provano a far rivivere i fasti della spiaggia, che si internazionalizza di mete esotiche: Tropicana e Maracaibo parlano di voglia di altrove, anche se si è sempre sulla stessa spiaggia e stesso mare. Canzoni che sono colonna sonora anche oggi e parlano di un Paese maturo nei propri gusti, e forse fermo.

Copertina dell’album Vamos a la playa (1983)

I Novanta portano in spiagga la dance, con autori italianissimi che cantano in inglese mentre il Paese arranca dietro al sogno europeo perdendo per strada la Prima Repubblica: il ritmo conta più delle parole, e Blue dabadee diventa un titolo che soppianta anche i non sense del “piangere salame dai capelli verderame”.

Il resto è cronaca, e lo storico si ferma: dalla Macarena globale ai pezzi pensati per accompagnare le code in A14, i gusti degli italiani si sedimentano attorno a ritmi veloci e allegri, anche se di quando in quando i testi provano l’affondo riflessivo. Si va Milano fino a Bangkok nonostante le crisi e i cantanti a inizio testo urlano il loro nome (Baby K!) quasi a rassicurare: siamo sempre i soliti tormentoni. Fino ad arrivare alla provocazione alla Magritte: “questa non è una canzone estiva” canta oggi Annalisa.

E invece lo è…

(Aggiornato al 2 luglio 2026)