Un miliziano con la camicia bianca e i pantaloni tenuti con le bretelle mostra il petto all’arrivo di un proiettile, che ne provoca la morte. Le braccia aperte, la mano che abbandona il fucile, la testa reclinata, le gambe piegate per l’impatto. L’ombra, dinamica, proiettata al suolo, che presto si congiungerà al corpo stramazzato.

Ci sono immagini che rappresentano un’epica: quella scattata da Robert Capa nel settembre del 1936 incarna la lotta fulgida, sacrosanta, ma irrimediabilmente perdente della República, abbandonata dalle democrazie occidentali a un atroce destino. Ma certo questa è una lettura a posteriori, e quando venne scattata la fotografia del Miliciano tra i combattenti repubblicani e i loro sostenitori la speranza della vittoria era vivida e presente.
Tra il luglio del ’36 e l’aprile del ’39 si combatte in Spagna il sanguinoso preludio della seconda guerra mondiale. Il bilancio, dopo tre anni di scontri, sarà terribile: oltre 600.000 morti, centinaia di migliaia di prigionieri, più di 200.000 profughi, ma soprattutto l’avvio di una dittatura feroce durata 35 anni. Un dramma terrificante che l’arte, pittorica e fotografica, ritraggono nella tragedia e nell’epica, dalla Guernica di Picasso ai servizi dei tanti fotoreporter giunti al seguito dell’eterogenea compagine repubblicana.
È il 5 settembre 1936, quando il fotografo Endre Ernő Friedmann raggiunge la provincia di Cordova, in Andalusia, per testimoniare la battaglia contro le truppe guidate dal generale golpista José Enrique Varela. La mitragliatrice sputa fuoco contro le trincee occupate dalla colonna anarchica di Alcoy, paesino alicantino noto per la battagliera comunità libertaria. A ondate i miliziani repubblicani saltano su dalle loro posizioni e si scagliano contro i nemici.
Friedmann è giunto in Spagna da Parigi, dove ha cominciato a lavorare come fotografo assieme alla compagna Gerta Pohorylle, ebrea tedesca di origini polacche. Anche lui nasce da una famiglia ebraica, in Ungheria, e per la sua adesione al comunismo è costretto a fuggire dalla repressione avviata dall’ammiraglio conservatore e antibolscevico Miklós Horthy. Pohorylle, che di lì a breve assumerà lo pseudonimo di Gerda Taro, e Friedmann cominciano a vendere le proprie fotografie sotto lo pseudonimo di Robert Capa.

Inviati per i periodici francesi Vu e Regards, l’accoppiata Taro-Friedmann si trova al seguito del variegato schieramento che difende la Repubblica. La sollevazione delle truppe coloniali in Marocco ha dato avvio al conflitto, con i golpisti che potranno beneficiare nel giro di qualche mese del sostegno d’armi e uomini dei regimi fascista e nazista. Ben più debole e contraddittorio è invece l’appoggio dato dal “mondo libero” e dall’Unione sovietica alla causa repubblicana. La lotta della Spagna contro la reazione suscita nondimeno l’entusiasmo di intellettuali e movimenti dei lavoratori, con un afflusso straordinario di volontari da tutti gli angoli del pianeta.
Mentre in quel settembre del ‘36 le pallottole golpiste fischiano nell’aria di Cerro Muriano, alle porte di Cordova, Friedmann/Capa si accuccia nella trincea ma non smette di scattare con la sua macchina Magnum. A un certo punto, alza la mano sopra la testa e preme il pulsante. È lontano dalla battaglia, però, quando le fotografie vengono sviluppate. Uno scatto di quella giornata risalterà sugli altri: è l’inizio della storia di una delle fotografie più iconiche e discusse della storia, che di Capa farà la fortuna.
Il 23 settembre di quello stesso anno, la foto appare sulle pagine della rivista Vu. Un mese dopo, la pubblica anche il mensile Regards. Ma lo snodo decisivo avviene il 12 luglio 1937, quando Loyalist Militiaman at the Moment of Death, Cerro Muriano, September 3, 1936, conosciuta anche come The Falling Soldier, compare sul magazine statunitense Life. Nasce la fama del fotografo. Due settimane dopo, mentre si trova a Parigi, lo strazio: un carrarmato repubblicano, durante la cruenta battaglia di Brunete, alle porte di Madrid, ha travolto Gerda Taro, uccidendola.
Sulla foto che ritrae il miliziano colpito a morte si aprirà nei decenni a venire una lunga diatriba: tanto perfetta nel cogliere il momento della morte, questa fotografia è vera o si tratta di una pur efficace messinscena? Chi ne sostiene la falsità colloca lo scatto in un altro luogo, ne ipotizza una diversa data, nega che il miliziano sia morto falciato dalla mitragliatrice golpista.
Cosa importa, d’altronde, se sia vera o meno, chiede qualcuno. Lo scatto è efficace, ritrae l’epica della battaglia, ha ottenuto l’effetto di mostrare al mondo la lotta – impari, eroica e perdente – che i repubblicani hanno combattuto contro la reazione e il fascismo. 45 anni dopo la morte di Capa, saltato su una mina nell’Indocina teatro della guerra anticoloniale contro i francesi, in Messico fa la sua inaspettata apparizione la sua valigia, carica di documenti e negativi. Manca però quello del miliziano.
A favore dell’autenticità si schiera invece, su tutti, il biografo ufficiale di Capa, Robert Whelan. È lui a dare un nome al miliziano, finalmente riconosciuto nell’alcoyano Federico Borrell García, detto “Taino”, e a ricostruire i dettagli delle circostanze in cui la macchina di Capa ne immortala il momento fatale. Nel 2013, poi, un audio inedito di un’intervista radio a Capa racconta la “fortuna” di quello scatto. La mano alzata sopra la trincea, lo scatto fortunato del compagno anarchico colto nell’istante della morte.
Nemmeno questa testimonianza, però, fuga i dubbi degli scettici. L’autenticità della fotografia del Miliziano colpito a morte resta da dimostrare, la prova definitiva continua a mancare. Attendiamo il prossimo colpo di scena, ma l’impressione è che sulla veridicità di questo scatto si potrà discutere per l’eternità.
(Aggiornato al 15 gennaio 2026)
