Gaza, l’AI e l’immagine che rimarrà

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Fin dall’inizio dei bombardamenti e dei combattimenti a Gaza, uno dei temi al centro del dibattito, è stato quello della documentazione di ciò che stava avvenendo. 

Ai giornalisti internazionali è stato fin da subito, e per tutta la durata del conflitto, impedito di entrare nella Striscia e documentare ciò che stava avvenendo con articoli, immagini video o fotografie.

“Il peso” della documentazione in un territorio martoriato è ricaduto perciò tutto su giornalisti e giornaliste palestinesi, con esiti anche tragici, visto che erano gazawi quasi la metà dei 67 operatori dell’informazione uccisi durante la loro attività nel 2025 (Fonte: Reporter senza Frontiere).

Questa situazione ha alimentato un certo dibattito anche sulla “qualità” delle immagini che uscivano dalla Striscia e raccontavano ciò che dall’ottobre 2023 stava avvenendo nella Striscia e in particolare sull’uso o meno dell’intelligenza artificiale per crearle o modificarle.

Le prime immagini circolate sui social o pubblicate dai media sono state attentamente analizzate per accertare se fossero “vere” o generate con l’AI. Emblematico benché surreale il dibattito su quante dita avessero le mani dei protagonisti. Pareva infatti a quei tempi (solo 2 anni fa, ma parlando di intelligenza artificiale non son pochi) che i vari programmi di creazione di immagini avessero problemi nel generale mani e piedi e spesso e volentieri eccedessero con le dita.

dal web

Nei mesi e negli anni successivi si è imposto un altro genere di dibattito riguardante l’intelligenza artificiale e le immagini di quel conflitto. Si sono diffusi infatti scatti “ripuliti” della guerra, quasi una sorta di illustrazioni realistiche edulcorate: prive del sangue, delle ferite, delle atrocità che quel contesto non poteva che portare con sé.

In molti casi l’artificio è evidente, eppure questo sembra non importare più di tanto. 

Emblematico di questo fenomeno è il caso dell’immagine “All eyes on Rafah” che rappresenta un campo profughi di Rafah, partita dall’account Instagram di un quasi sconosciuto fotografo malese. Questa immagine ha ricevuto oltre 50 milioni di condivisioni nelle storie su Instagram (una delle più condivise in assoluto), oltre 12 su Facebook e 18 su X. 

All eyes on Rafah, dal web

Il fatto che fosse quasi sicuramente generata dall’AI non ne ha pregiudicato la diffusione, anzi. Pulita, molto simbolica ma priva di elementi disturbanti, ha stimolato un attivismo “a bassa intensità”, restio ad azioni più impattanti o a condividere immagini crude. 

Tutt’altra storia ha la fotografia che, nell’agosto del 2025, la giornalista Cecilia Sala ha pubblicato sul suo account Instagram e che un altro giornalista, Claudio Velardi, ha additato come un falso generato dall’AI arrivando a scrivere per il Riformista un articolo dal titolo “La fabbrica del falso e la morte del giornalismo”. 

La foto in realtà non era e non è falsa, ma è stata scattata l’11 giugno 2025 da Mariam Dagga, giornalista morta poco dopo durante un bombardamento israeliano, e distribuita da Associated Press, una delle agenzie di stampa più note al mondo. Dopo la risposta con queste informazioni, Claudio Velardi ha provato comunque a sostenere la sua teoria, per poi scusarsi e rettificare, nel momento in cui sono state diffuse nuove immagini della stessa scena immortalata da Dagga e ripresa da angolature diverse. 

Mariam Dagga, “funerale di Rashad Qasas”

Se ci chiediamo quale tra queste o altre immagini di Gaza rimarrà nella storia la risposta non è così semplice o immediata. 

Il tempo sembra essere in grado di restituire agli scatti la loro “storia”, rimettendo ordine tra i vari passaggi, ricostruendo i contesti, e distinguendo così quelle che sono “vere”, da quelle che sono semplicemente “veritiere”, o da quelle ancora che non sono né l’una né l’altra cosa. 

Nella storia con tutta probabilità non rimarrà un’immagine edulcorata, né una creata dall’AI. La fotografia tuttora vive del dialogo con la realtà, tant’è che ci indigniamo – giustamente – quando questo dialogo non c’è. 

Rimarranno allora forse le molteplici immagini del fiume di gente che attraversa una Gaza rasa al suolo a gennaio 2025. Un’immagine simile a quelle che documentano la tregua dell’ottobre dello stesso anno. 

Migliaia di sfollati verso il Nord della Striscia, Ansa, gennaio 2025

Un’immagine collettiva, ripresa da mille angolature diverse, con quasi infinite versioni, e altrettanti autori, in grado di rappresentare il male fatto e subito, l’orrore e la paura, lasciando però, alla fine, inspiegabile e flebile, un filo di speranza. 

E rimarrà l’immagine che ha vinto il “World Press Photo 2025”, il prestigioso riconoscimento del fotogiornalismo mondiale. E’ l’immagine scattata dalla fotografa palestinese Samar Abu Elouf. Ritrae un bambino che fuggendo da un bombardamento ha perso entrambe le braccia e racconta la sua storia, quale simbolo di quella di migliaia di persone. 

Mahmoud Ajjour, Aged Nine, ph Samar Abu Elouf. for The New York Times.

Un’immagine silenziosa, quasi composta, nella sua tragicità. E proprio per questo – paradossalmente – in grado di urlare al mondo la sua denuncia. 

(Aggiornato al 15 gennaio 2026)