28 febbraio 2025. Sul vialetto della Casa Bianca, a Washington, parcheggia un grosso SUV nero, da cui scende il presidente Volodymyr Zelensky. Ad accoglierlo Trump, con una battuta sarcastica: “You’re all dressed up today!”, traducibile con “ti sei messo in tiro oggi!”.
Dall’inizio dell’invasione da parte della Russia il leader ucraino aveva scelto di indossare, nelle occasioni ufficiali, abiti di foggia militare che ricordassero l’abbigliamento da campo dei soldati al fronte. Il messaggio era chiaro: finché il Paese è in guerra, il presidente deve, anche visivamente, ricordare alla nazione e al mondo questo stato di cose.
Per questo molti commentatori hanno letto la battuta di Trump come un chiaro messaggio della volontà di disimpegno da parte dell’amministrazione USA nei confronti della guerra nell’est Europa.
E il successivo disastroso confronto (più un agguato, secondo alcuni) avuto da Zelensky con Trump e il suo vice Vance, ha confermato la volontà dell’amministrazione USA di cambiare atteggiamento nei confronti della guerra. Quell’abito, usato come messaggio universale di vicinanza ai combattenti, dovrà poi in effetti essere cambiato, e nell’agosto 2025 Zelensky alla Casa Bianca ci arriva in completo scuro. Perché sì, l’abito fa il monaco. Almeno nella Storia.
Nel corso del tempo sono stati molti i momenti in cui si è scelto di far “parlare i vestiti” per esprimere posizioni politiche, dichiarazioni di intenti, decisioni epocali.
Che l’abito faccia il monaco, e anche molta parte del resto, in realtà nella storia lo sanno un po’ tutti. Infatti i vestiti hanno una capacità comunicativa così potente che spesso vengono “messi a tacere”. Subito dopo la battaglia di Canne, nel 215 a. C., il tribuno della plebe Gaio Oppio sollecita una legge, la lex Oppia, appunto, contro lo sfarzo delle matrone romane: esse non possono fare sfoggio della loro ricchezza mentre la patria è in mortale pericolo. E Gaio Oppio è solo uno dei tanti che nel corso del tempo legifera per proibire che gli abiti raccontino i loro proprietari. Le leggi suntuarie adottate in molte comunità medievali prescrivono chi può mettere cosa: quali tessuti, quali colori, con quanta stoffa… una gerarchia sociale che deve essere visibile attraverso ciò che si indossa, per contenere lo sfarzo, conservare la pudicizia, frenare l’importazione di prodotti costosi, tenere i poveri al loro posto.
Dopo la Peste del Trecento molte città europee impongono che solo le vedove mostrino il proprio lutto col nero, perché le strade si erano trasformate in cupe sfilate di gramaglie.
Si sa, le gonne e la loro foggia si può dire che siano state per secoli un terreno privilegiato della lotta per l’emancipazione, ma anche gli uomini vedono il loro corpo usato come supporto per veri e propri manifesti politici: sanculotti, letteralmente “senza culottes”, il pantalone al ginocchio tipico della borghesia parigina, vengono chiamati i rivoluzionari francesi che appartengono ai ceti produttivi bassi, come artigiani, operai e piccoli commercianti.

La “classe” non è acqua, ma può essere un pantalone.
Tra Ottocento e Novecento l’Occidente vede scoppiare una vera e propria “guerra dei cappelli”, in cui ogni classe sociale si identifica attraverso quel che si mette in testa: il cilindro è il cappello del capitalismo imperiale, e infatti è il copricapo di John Bull (la personificazione del Regno Unito) e anche del corrispettivo statunitense Zio Sam.
Ad esso si contrappone il flat cap, del mondo operaio e anche, come ci ha insegnato la serie Peaky Blinders, di chi vive di espedienti.

In mezzo la bombetta, il cappello della borghesia impiegatizia e dei piccoli borghesi che sognano l’ascesa, destinata a divenire icona di una delle prime generazioni sognanti sullo schermo e sul suo tramonto: “Ormai a portare la bombetta siamo rimasti io, Stanlio e Ollio”, dirà Benito Mussolini poco prima di cambiare look e passare, con le leggi fascistissime, dalla marsina alla divisa della milizia.

Dopo la seconda guerra mondiale le regole della moda, sotto un apparente moto di liberalizzazione, trovano in realtà nuove forme di stratificazione sociale e comunitaria. Ogni sottocultura prodotta dall’Occidente sembra avere bisogno del suo proprio vestito per costruirsi un’identità: hippies, punk, rockettari, sessantottini, yuppies, emo, rapper, hip-hop, hipster e molti altri, sono tutti movimenti culturali che hanno prodotto modi di vestire ma anche modi di vestire che hanno prodotto fenomeni culturali.
Ma l’abito a volte può trasformarsi da manifesto a prigione, anche a livelli molto alti di comunicazione pubblica.
Nella primavera del 2005, quando si conclude il lungo pontificato di Carol Wojtyla, la cristianità cattolica si è ormai abituata al lento ma inesorabile “cambio di look” dei pontefici nel corso del Novecento. Dal Triregno (la corona papale) e dalla sedia gestatoria di papa Pio XII si è passati al semplice abito bianco e alla papamobile sedimentatisi nell’immaginario grazie a Giovanni Paolo II. Nel mezzo l’invenzione del clergyman, l’abito composto da giacca, pantalone e camicia con collarino che sostituisce la veste talare, la tonaca, piena di bottoni e lunga fino ai piedi che ha caratterizzato i preti dalla Controriforma fino a don Camillo.
L’immagine della Chiesa, nel suo percorso bimillenario, sembra aver imboccato la via della modernità. Per questo le immagini del nuovo papa, il tedesco Joseph Ratzinger, con addosso il camauro, il cappellino rosso di velluto rosso e pelo, e la mozzetta, il coprispalle anch’esso bordato d’ermellino – accessori entrambi presenti nell’iconografia papale dal XII secolo – hanno fatto parlare molti commentatori di una “svolta conservatrice” della Chiesa.

In realtà Benedetto XVI stesso spiega che la scelta del camauro è dettata dal fatto che il romano pontefice “ha sovente freddo”, ma ormai l’immagine ha creato il messaggio: un Ratzinger vestito come un papa della Controriforma opposto alla foto di Wojtyla in scarponi e Alpenstock che va per rifugi alpini. Sul fatto che Benedetto sia stato più conservatore di Giovanni Paolo II gli storici della Chiesa hanno in realtà più di qualche dubbio, ma l’immaginario pubblico pare aver già avuto una risposta.
L’abito a volte non solo fa il monaco: può fare tutto un pontificato.
(Aggiornato al 14 maggio 2026)
