Muri fascisti

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“Credere, Obbedire, Combattere”, “Molti nemici, molto onore” oppure l’immancabile “Vincere, e vinceremo!”, ma anche i più verbosi “È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende. E il vomere e la lama sono entrambi di acciaio temprato come la fede dei nostri cuori” o quelli più schietti e diretti, alla “Il duce ha sempre ragione!”.

C’è stato un periodo nella storia di questo paese in cui le scritte sui muri delle città hanno rappresentato una parte consistente dell’immaginario pubblico e anche del discorso politico nazionale. Un momento in cui all’italiano medio viene propinata una sequela di slogan più o meno potenti attorno a cui si salda l’idea stessa di società. Una società totalitaria.

Ma facciamo un passo indietro.

Come ci raccontano altri contributi di questo numero, i muri sono sempre stati un luogo pubblico di dialogo o, meglio, di monologo: dichiarazioni d’amore, insulti, proclami lanciati direttamente in strada da più o meno anonimi “scrittori”, gente che approfitta di spezzoni di calce libera per farne una personale pagina rivolta al mondo. Una pratica giudicata spesso imbrattante se non addirittura pericolosa, tanto che le amministrazioni pubbliche di tutti i paesi e di tutte le età si dotano di specifiche legislazioni per fermare, cancellare e punire l’occupazione di spazio pubblico con pensieri privati.

Quando però le società si trovano davanti a sfide particolarmente impegnative e il racconto pubblico va sostenuto con ogni mezzo, è facile che il potere passi sopra alle intemperanze dei graffitari. Ecco allora che si chiude benevolmente un occhio coi soldati che tracciano a gesso “nach Paris” sui portelli delle tradotte militari che partono da Berlino nell’estate del 1914. Anzi, quando lo slancio verso il massacro comincia a scemare, sono gli stessi servizi di informazioni ad occuparsi di fare writing patriottico nei dintorni del fronte.

“Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!” recita una famosa frase tracciata sul muro sbrecciato di una casa colonica nei pressi della linea di combattimento italiana nella primavera del 1918. 

riproduzione su cartolina degli anni Venti dell’immagine del motto della battaglia del Piave

Un’immagine che diviene subito icona e che rimbalza sui media raccontando lo spontaneo patriottismo di anonimi fanti d’Italia. Che stando alle ricerche iconografiche probabilmente non è anonimo, e nemmeno spontaneo. Un’abile trovata di propaganda che riesce nell’intento di dare un motto e una visione a uno dei più brutali scontri sostenuti dal regio esercito, raccontando la guerra attraverso un muro che da tela bianca diviene velina dello Stato maggiore.

I muri gridano muti la forza del loro messaggio e la guerra mondiale insegna ai reduci l’importanza di questa emotività e la potenza di tali messaggi. Ѐ nelle retrovie del fronte che questo tipo di comunicazione da privata diventa pubblica ed è in questi stessi luoghi che il nascente movimento fascista, che si dice erede della “trincerocrazia” della Grande Guerra, apprende i rudimenti di comunicazione politica. Le scritte sui muri diventano parte integrante dello stile del fascismo delle origini, che imbratta i muri delle fabbriche con minacce o indica con segni distintivi le case dei nemici politici. Una pratica efficace che non viene abbandonata nemmeno quando prende il potere.

Motto mussoliniano tutt’oggi visibile sul muro di una edificio a Serafina (BG)

Regime dalla comunicazione totalitaria, il fascismo non tralascia nessuno degli aspetti della vita informativa del paese nemmeno quando ha in mano le leve di giornali, cinegiornali e radio. I muri passano dall’essere un luogo di sfogo per le idee che non trovano posto altrove a parte della comunicazione ufficiale del regime.

Dapprima, negli anni di consolidamento del regime, per lo più si “chiude un occhio” sulle iniziative di singoli militanti che copiano sui muri le frasi di Mussolini che da capo del governo si sta rapidamente trasformando in duce. Mentre si applica in maniera draconiana la censura sulle scritte degli oppositori, le frasi del capo del governo rimangono in bella mostra sui muri, sancendo simbolicamente il fatto che ormai le uniche idee tollerate siano quelle del partito unico. 

Poi, quando la dittatura arriva alla sua maturità e lo slancio degli inizi cede il passo alla stanchezza del governare, il regime prende iniziative sempre più dirette per occupare fisicamente quella parte di spazio pubblico. Sui muri appaiono sempre più elaborate scritte riportanti i pensieri del capo, accanto a cui spuntano, nuovo sviluppo del culto della personalità, profili stilizzati di “LUI” e forme sempre più raffinate di fasci littori. È il passaggio, inesorabile, alla comunicazione iconica, che la dittatura italiana riesce a compiere occupando fisicamente i luoghi in cui di solito campeggiavano le scritte contro i vari potenti. I muri diventano parte della costruzione dell’immaginario pubblico fascista, che rende virtualmente impossibile dimenticare che si sta vivendo in un’Italia “fascista”. L’apoteosi della “dittatura dei muri” arriva con l’apposizione di scritte inneggianti al regime direttamente nell’architettura degli edifici. 

Mosaico celebrativo della guerra d’Etiopia alla galleria dei legionari (Trento), detto la dona del flit.

La “dona del flit”, come la chiamano i trentini, con la sua frase imperiale monca della firma che campeggia sulla facciata d’entrata delle galleria dei legionari trentini, è ancora oggi simbolo della capacità di penetrazione del messaggio murario fascista fino dentro la “pelle” degli edifici. Le strade dell’Italia fascista trasudano di messaggi politici unidirezionali, che diventano essi stessi parte del paesaggio urbano, il tutto mentre all’interno, nei locali pubblici, timorose mani di esercenti appendono cartelli con la scritta “qui non si parla di politica”.

Paradossalmente, più i muri diventano megafono fascista, più questa occupazione sembra sintomo di una difficoltà crescente nel comunicare con le masse: accanto alle roboanti frasi del regime appaiono sempre più spesso anonime scritte di attacco, soprattutto in forma di scherno: “Starace chi legge!” c’è scritto sui muri di Roma, così come riporta una preoccupata informativa dell’OVRA, riferendosi al proverbiale scarso acume del gerarca. Durante la guerra il malcontento se la prende soprattutto con le facce di Benito, che vengono scrostate o vilipese. Un’avvisaglia della crisi imminente. Quando il 25 luglio del 1943 si prova a cancellare il regime, con esso vengono cancellate molte (ma non tutte) scritte che lo raccontavano.

Ancora oggi, a distanza di ottant’anni, i restauri delle facciate dei centri città riportano alla luce le frasi, più o meno elaborate, di quel passato in cui anche i muri finirono per essere megafono della dittatura. 

Mentre sui giornali si discute sull’opportunità di mantenere, cancellare o addirittura valorizzare questi resti di passato, tra accuse di cancel culture e richiami alla nostalgia del Ventennio, non si può fare a meno di notare di quanto, purtroppo, la strategia dell’occupazione di uno spazio comune di comunicazione di solito appannaggio dei “ribelli” da parte di un potere autoritario sia stata, e ancora rimanga, decisamente efficace.

(Aggiornato al 28 maggio 2024)