«La mancata resistenza di reparti della II. Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia».
Così nel suo Bollettino del 28 ottobre 1917 il Comando Supremo del Regio Esercito Italiano diede notizia della disfatta di Caporetto: 11.000 caduti, 280.000 prigionieri, 350.000 sbandati, 3.150 pezzi d’artiglieria perduti. Per le classi dirigenti italiane non è solo una sconfitta militare, ma la dimostrazione di un cedimento delle proprie truppe, accusate di viltà o quantomeno di scarsa combattività. Il Bollettino del 28 ottobre, censurato in Italia ma diffuso sulla stampa estera, costerà il posto di Capo di Stato Maggiore a Cadorna, sostituito dal generale Armando Diaz.
Tra le risposte messe in campo vi è un ricorso massiccio alla propaganda, rivolta in primo luogo alle truppe attraverso una serie multiforme di iniziative: giornali di trincea, volantini, proiezioni cinematografiche, spettacoli teatrali e di burattini, l’istituzione delle Case del soldato per i momenti di riposo nelle retrovie e l’invito agli ufficiali a tenere brevi discorsi di incitamento alle proprie truppe, secondo schemi ricorrenti e diffusi con apposite pubblicazioni.
Tutto questo venne diretto dal «Servizio P», ovvero l’apposito ufficio dedicato alla propaganda. In realtà un primo Ufficio Propaganda era già stato creato nel giugno 1917, in seguito a un evidente abbassamento del morale delle truppe e di episodi di insubordinazione, dal generale Capello, proprio in quella 2°Armata che sarebbe stata travolta a Caporetto.
Tra gennaio e marzo del 1918 lo sforzo propagandistico venne sistematizzato con una serie di circolari del Comando supremo. Nel maggio 1918 vennero organizzate in maniera omogenea le varie «Sezioni P» presenti in ogni armata. Nell’agosto 1918, furono introdotte le «norme generali per i servizi di indagini, di propaganda e controspionaggio fra le truppe operanti e le popolazioni e di propaganda sul nemico». Si stima che il numero degli ufficiali P operanti nell’autunno del 1918, con compiti sia di propaganda che di controllo politico sul morale delle truppe, fosse oltre un migliaio.

I soldati italiani vennero letteralmente sommersi di volantini, giornali e riviste. Tutti presentavano testi semplici o brevi slogan (ad esempio: «L’Italia deve essere degli italiani»). Soprattutto erano pieni di immagini, spesso coloratissime: il Kaiser Guglielmo che allunga le sue mani sul mondo; le truppe austroungariche che calano come un’orda di zombie levando in alto mazze ferrate e baionette, oppure entrano nelle case come aguzzini tronfi e arroganti per derubare i contadini veneti e friulani e violentarne le donne; i soldati italiani, raffigurati come invincibili giganti, che li prendono a calci nel sedere.
In particolare colpisce un numero del 21 aprile 1918 de La Tradotta. Giornale settimanale della 3° armata. La copertina mostra un gruppo di soldati laceri e smunti. La didascalia dice: “I prigionieri italiani in Austria. Senza pane e senza patria”.

Si tratta di una raffigurazione molto efficace: a colori, con il testo ridotto al minimo e che mostra dei propri commilitoni nella triste condizione di prigionieri di guerra. Il messaggio è articolato su un doppio livello: i prigionieri sono “senza pane”, cioè gli austro-ungarici non hanno di che nutrirli o non vogliono nutrirli (le morti per fame tra i soldati italiani prigionieri saranno un numero altissimo); ma sono anche “senza patria”, ovvero il fatto di essersi arresi li ha allontanati dalla patria, li rende sospetti di vigliaccheria o tradimento. L’idea che si vuole trasmettere è che chi si arrende soffrirà la fame e sarà guardato quantomeno con disprezzo anche dal proprio paese.

Allo sforzo propagandistico del «Servizio P» parteciparono alcuni dei più grandi intellettuali del tempo come il poeta Pietro Jahier, lo scrittore, poeta e pittore Ardengo Soffici e il pedagogo Giuseppe Lombardo Radice. Fu quest’ultimo a ideare e a scrivere i primi «Spunti di conversazione», ovvero istruzioni agli ufficiali che illustravano come parlare alle truppe in merito alle cause e agli scopi della guerra, valorizzando la vicinanza tra gli ufficiali dei gradi inferiori e la truppa e cercando una dimensione “spontanea” della propaganda.
Il fatto che tanti intellettuali di indubbio valore si siano trasformati in propagandisti denota come l’intera borghesia italiana, di qualunque posizione politica, partecipasse convintamente allo sforzo per disciplinare operai e contadini in uniforme. Un disciplinamento che si attuava con la propaganda, ma anche con la repressione. Contro i disertori erano state inasprite le pene, giungendo a punire con anni e anni di prigione chi aveva tardato un solo giorno a tornare dalle licenze. Proprio nel 1918 venne emesso l’84,5% delle condanne a oltre 7 anni di carcere. Se con Cadorna si registrava un soldato fucilato ogni 800 caduti in battaglia, con Diaz l’incidenza dei fucilati raddoppiò, cioè si passò a 2 fucilati ogni 800 morti in battaglia.
Intanto nelle retrovie gli oppositori alla guerra, socialisti, anarchici, ma anche qualche sacerdote, venivano incarcerati o spediti in «internamento» (cioè al confino) senza processo. Si aprì così la strada ai metodi e a quel blocco sociale su cui si sarebbe fondato poi il fascismo.
(Aggiornato al 19 novembre 2025)
