Trento ‘70: storia di un tazebao

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Entrato nell’ armamentario dei movimenti a partire dal ’68, il tazebao testimonia la presa sui giovani contestatori della Cina maoista e della Rivoluzione culturale: – celebre quello scritto dallo stesso Mao nel corso dell’VIII comitato centrale del partito in cui si invita a “bombardare il quartier generale” del Partito Comunista Cinese. Mentre nei cortei diventa pratica comune sventolare il “Libretto rosso”, antologia di citazioni di Mao, anche i muri delle città “cominciano a parlare”. Il tazebao, letteralmente “giornale dai grandi caratteri”, è uno strumento popolare e immediato di informazione e propaganda. È uno strumento scritto a mano, soprattutto, che permette di saltare la mediazione dei mass media, rivolgendosi direttamente al popolo. 

Il rapporto con i mass media del movimento studentesco come dei movimenti extraparlamentari nati in questa stagione è complesso – e questo episodio lo dimostra.

È il 20 gennaio del 1971 quando sulle pagine dei giornali appare la notizia di una clamorosa rivendicazione. Trento ormai da qualche anno è entrata nella mappa nazionale e internazionale: il Movimento studentesco trentino ha rappresentato un nucleo vivace e influente della Contestazione, l’avvicinamento degli studenti agli operai ha portato a un difficile ma fruttuoso intreccio delle lotte, l’innalzamento del conflitto sociale ha richiamato in città formazioni fasciste dallo scarso radicamento provinciale. 

Dopo l’esplosione della bomba di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, anche questo piccolo e periferico capoluogo provinciale diviene un teatro della “strategia della tensione”. La cronaca di quegli anni è densa d’avvenimenti: in una città militarizzata, il 17 aprile 1970 la condanna di alcuni giovani militanti di sinistra porta a un’esplosione di rabbia che sconvolge la città. La cittadinanza viene chiamata a raccolta nella piazza del Duomo dalla Democrazia cristiana, partito di (schiacciante) maggioranza in provincia e in cui convivono fautori dell’Università e suoi accesi detrattori. 

Il 30 luglio avviene un altro fatto, finito sulla stampa nazionale e nei dibattiti in Parlamento. L’accoltellamento di tre operai da parte di alcuni neofascisti fuori dai cancelli della fabbrica Ignis scatena la vendetta operaia: un consigliere regionale del MSI e un sindacalista della CISNAL, il sindacato filofascista, vengono fatti sfilare alla testa di un corteo (nutritissimo) di lavoratori e studenti con al collo un cartello che recita: “Abbiamo accoltellato tre operai. Questa è la nostra politica pro operai”. I due fascisti vengono liberati a fatica dalle forze dell’ordine, dopo diverse cariche andate a vuoto.

I fatti della Ignis provocano l’immediata risposta fascista. Almirante raggiunge Trento e proclama: “Se entro un ristretto termine di tempo la città non torna alla legge, la nostra legittima difesa diventerà la vostra difesa civile”. Il questore di Trento viene sostituito. Ma l’attivismo dell’estrema destra, che dal marzo di quell’anno conta su una sede di Avanguardia Nazionale, non si placa: cominciano le bombe. In un intensificarsi di violenza tra gruppi politici opposti, provocazioni fasciste, pestaggi, repressione poliziesca, il 1971 prende avvio all’insegna del fuoco.

La notte tra il 14 e il 15 gennaio all’incendio della sede di Lotta continua – colpevole è un militante di AN, individuato per gli occhiali dimenticati sul luogo del rogo – ne seguono immediatamente altri due: ignoti appiccano il fuoco a una tabaccheria di proprietà del segretario della CISNAL e alla sede dello stesso sindacato. Il 17 due forti deflagrazioni sconquassano la porta di uno studentato e la macchina di Giuseppe Mattei, sindacalista Cisl e capo della federazione unitaria trentina dei metalmeccanici. Il giorno dopo, una potente bomba al plastico viene rinvenuta nei pressi del monumento alla Resistenza di fronte al palazzo del tribunale. Gli inquirenti e i giornali rivelano: se fosse esplosa, avrebbe provocato una strage.

In questo clima, fra ulteriori allarmi bomba e appelli allo scioglimento del Movimento sociale – siamo nei giorni dei moti di Reggio Calabria – alcuni documenti prodotti dalla sede locale di Lotta continua creano scompiglio. Per strada, vengono distribuiti volantini che rivendicano gli attentati del 15 notte, mentre sui muri cittadini viene affisso un tazebao che recita: “Per un fuoco, due fuochi: la giusta violenza proletaria ha colpito duramente e doppiamente: per un occhio tutta la testa. I proletari sono disposti a rispondere ancora più duramente”.

Tazebao fuori dalla facoltà di Sociologia

Immediatamente la rivendicazione di LC viene ripresa da l’Adige, che condanna apertamente i “tentativi di sovversione” invocando “una risposta: quella della legge che deve essere ristabilita senza paura né infingimenti”. Il giornale trentino, diretto dall’importante politico democristiano Flaminio Piccoli e per questo già oggetto di attacchi (anche fisici) da parte del movimento, trova nei fatti avvenuti in quei giorni un segno inequivocabile della “violenza degli opposti estremismi”. 

Tale lettura viene criticata dall’organo del partito comunista, l’Unità, che attraverso il suo inviato a Trento racconta quanto avviene in quei giorni avanzando dubbi sull’autenticità delle rivendicazioni. “Un tale volantino – si legge nell’edizione del 21 gennaio – era proprio quello che aspettavano le forze moderate, i padroni e la polizia”. E il giorno dopo: “Si rafforza il sospetto di una speculazione messa in atto dall’Adige per dare credibilità alla propria tesi sugli opposti estremismi”. Sull’edizione del 29 gennaio di Lotta Continua, quindicinale del movimento, la posizione del quotidiano del PCI viene però rigettata. Un trafiletto definisce “squallide” le pagine sull’accaduto de l’Unità, mentre nell’articolo significativamente intitolato “Trento: rifacciamo il 30 luglio” si chiama il proletariato alla “violenza di massa” e allo “scontro diretto” coi fascisti.

All’interno dell’organizzazione, però, è scoppiato il caso. Il 31 gennaio, al coordinamento nazionale la delegazione milanese chiede conto del “casino successo a Trento”, precisando: “A noi non va male che bruci una sede fascista. Va male che si dia l’indirizzo alla polizia! E che quando c’è questo tipo di violenza non si pensi a organizzare subito manifestazioni di massa”. Da Trento, intanto, è arrivato alle altre sedi del movimento un documento che spiega le ragioni del gesto: non è stato condiviso da tutti, è stata un’azione di alcuni singoli, ma è frutto di un contesto preciso. Sull’organizzazione e le strategie di lotta, si sottolinea, LC deve prendere una volta per tutte decisioni a livello generale. 

Tazebao fuori dalla facoltà di Sociologia

Finalmente riunito il 7 febbraio con ordine del giorno “l’analisi e la lotta rivoluzionaria contro il fascismo”, l’esecutivo nazionale di Lotta Continua ribadisce la condanna dell’autodenuncia e promette “provvedimenti ‘disciplinari’ nei confronti di singoli compagni, nuclei e sedi che incorrono, magari per troppa generosità, in azioni simili”. “Il pericolo più grave che corre la nostra organizzazione – si precisa in un altro passaggio – è quello di accettare la provocazione, la logica del colpo su colpo. Questo vorrebbe dire isolarci ancora di più”. Che “parlino” i muri, dunque, ma che non parlino troppo.

Tazebao fuori dalla facoltà di Sociologia

Per la stesura di questo articolo si ringrazia la gentile collaborazione dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri di Milano che ha messo a disposizione i documenti di Lotta Continua del 31 gennaio e 7 febbraio 1971 (fondo Bolis Lanfranco, b.1 fasc.2) e il Centro di Documentazione di Pistoia (Bozza documento Lotta Continua di Trento)

(Aggiornato al 19 novembre 2025)