Come si dice nel 1946 agli italiani e alle italiane che devono andare a votare?
In vari modi, ma uno degli strumenti più utilizzati in quel momento è il cinegiornale, che aveva una tradizione importante e ingombrante alle spalle, quella del cinegiornale Luce.
A partire dal ‘46 si trovano però altre forme di racconto, in particolare “La Settimana Incom”, un nuovo modello di cinegiornale. Introdotto per volontà di Sandro Pallavicini, si ispira alla cultura americana, in cui informazione e intrattenimento si intrecciano.
Tra il 1946 e il 1947 convivono quindi due modalità di cinegiornalismo. Al Nuovo Luce viene affidato il compito di spiegare agli italiani cos’è il voto e come avrebbero dovuto votare. La Settimana Incom invece lavora su un registro diverso e all’indomani del voto racconta le novità del Paese prendendo le distanze dal passato fascista.
Si utilizza anche un registro ironico?
Il Ministero per la Costituente nel ‘46 promuove un grande investimento pedagogico-comunicativo per raccontare alle persone cosa stava accadendo e come avrebbero dovuto rispondere. Si produce anche un documentario in cui si spiega come votare, utilizzando il registro comico e un linguaggio poco affettato.
E che dire riguardo al manifesto politico?
Il manifesto è uno strumento che si incontra, non lo si deve andare a cercare. In quegli anni è uno degli strumenti più utilizzati e oggi tra i più interessanti da studiare.

C’è un fatto curioso che racconta la complessità del passaggio tra fascismo e Repubblica. L’autore del manifesto elettorale pro Monarchia – il noto fotogiornalista Federico Patellani – è anche l’autore dell’immagine più emblematica del 2 giugno, quella della ragazza che sbuca dalla pagina del Corriere della Sera all’indomani della vittoria della Repubblica.
Veniamo al post 1946: dove troviamo le prime tracce del 2 giugno nel cinema?
La traccia più significativa la ritroviamo all’interno della commedia all’italiana. “Una vita difficile”, girato da Dino Risi nel 1961, racconta la storia di un ex partigiano comunista (Alberto Sordi) che fatica a trovare un suo spazio nell’Italia del secondo dopoguerra e con la sua compagna (Lea Massari) vive a Roma quasi di stenti. Non è un film sul 2 giugno, ma c’è una scena emblematica: nell’attesa dei risultati del referendum gli affamatissimi Sordi e Massari vengono invitati a una cena in casa di monarchici e qui ingaggiano una discussione, in cui Sordi non nasconde la propria fede politica.

Dopo la comunicazione dei dati e la vittoria della Repubblica, i monarchici si ritirano con disappunto mentre Sordi e Massari si abbuffano brindando alla Repubblica.
E per quanto riguarda la televisione? Nel 1946 non c’era, ma sarà uno dei mezzi che racconterà di più la Repubblica e la festa della Repubblica, con alcuni interventi davvero particolari.
Nel 1971, in occasione del 25° anniversario, la Rai commissiona tre lavori dedicati alla nascita della Repubblica a tre registi: Sandro Bolchi, Vittorio De Sica ed Ermanno Olmi. È interessante vedere come la Rai scelga di fare memoria su un evento recente, che però per le nuove generazioni non era ancora diventato patrimonio comune. Bolchi lo fa con un linguaggio molto alto, strutturato; De Sica con un atteggiamento abbastanza paternalistico, mettendo in dialogo un anziano con il nipote; Olmi invece riflette sul vuoto di memoria che una parte di italiani mostra, affiancando a questa osservazione le testimonianze di alcuni dei protagonisti di quell’esperienza.
Un’altra operazione interessante che ha fatto scuola è “Mixer” di Giovanni Minoli: una puntata, andata in onda il 5 febbraio del 1990, ha segnato la memoria più di altre.
Sì, una sorta di esperimento televisivo o metatelevisivo in cui Minoli mette in scena un’apparente controstoria del referendum del 2 giugno, in cui rivela l’esistenza di un documento che testimonierebbe l’esistenza di brogli per far vincere la Repubblica.

Prova a riscrivere la storia repubblicana attraverso questo documento che alla fine della puntata si rivela falso. Una grande costruzione narrativa per riflettere sulle potenzialità e i rischi della comunicazione televisiva. Una puntata che suscitò, comprensibilmente, molte critiche.
Torniamo al cinema e facciamo un balzo nella contemporaneità: se parliamo di 2 giugno c’è un film che è entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo. “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi. Cosa ci dice a livello di memoria questo film?
Ancora una volta la commedia torna a essere un registro centrale per riflettere in questo caso su due livelli che si intrecciano: la violenza di genere e il 2 giugno con il voto delle donne come elemento di emancipazione femminile.

È un approccio straordinariamente efficace che ha riportato la riflessione all’altezza della gente comune. Ci ha riportato vicino alle persone che per la prima volta tornavano a votare e a “sperimentare” la libertà.
(Aggiornato all’8 ottobre 2026)
