Past fashion

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Past fashion

Maria Giuseppina Muzzarelli. La Storia addosso

Maria Giuseppina Muzzarelli. La Storia addosso

L’abito è un potente strumento di comunicazione, capace non solo di riflettere la società, ma anche di influenzarne i processi storici. Dal velo al corsetto, fino alle culottes francesi, forme e colori si fanno messaggi immediati, capaci di esprimere identità, valori e posizioni politiche con una forza spesso superiore alle parole. In questo numero abbiamo intervistato Maria Giuseppina Muzzarelli, professoressa all’Università di Bologna, dove si occupa di storia della cultura, della società e della mentalità. Autrice di numerosi studi sulla storia e sul patrimonio culturale della moda.

14 min

Silvia Gambi. Quando la moda è sostenibile

Silvia Gambi. Quando la moda è sostenibile

Cos’è il fast fashion? Quali sono oggi le pratiche di consumo degli italiani e più in generale degli europei? Esiste la moda sostenibile e, se sì, è accessibile? Di questo abbiamo parlato con Silvia Gambi, giornalista e fondatrice della piattaforma Solo Moda Sostenibile. Gambi ha insegnato moda sostenibile e comunicazione al Polimoda, all’Università di Firenze, al Master in Sostenibilità dell’Università Bicocca e ha tenuto numerose lecture in Università italiane e straniere. Ha inoltre studiato e raccontato il “caso Prato”.

15 min

Il dress code secondo il potere: consigliato, sconsigliato, proibito

  • Gli Edelweißpiraten (“I pirati della stella alpina”) non avevano una divisa né un capo di vestiario che li caratterizzava, la loro identità di gruppo nasceva proprio dal rifiutare di indossare la divisa della Gioventù Hitleriana nella Germania Nazista, subendo la persecuzione della Gestapo.

    @General Anzieger

  • Durante la Guerra civile spagnola el mono azul, la tuta da lavoro degli operai di colore solitamente azzurro, diventa la divisa informale delle improvvisate milizie repubblicane, sia da combattenti maschi che femmine, cosa che lo rende un simbolo di emancipazione delle donne antifasciste.

    @Wikipedia

  • Anche la Resistenza italiana è stato un momento di intenso protagonismo femminile, ma spesso la rottura dei ruoli di genere preoccupava la sua stessa dirigenza. Come ricordò la partigiana Angela Berpi “Marietta”: «Guai [per le partigiane] a portare i calzoni! solo sottane e ben lunghe, ordinava il Comando di Zona».

    @Patria Indipendente

  • Nel 1957 a Rimini si veniva multate per aver indossato il bikini? La foto che vedete lo lascia intendere. Si tratta di un’immagine conservata nell’archivio ‘Ullstein Bild’ dell’agenzia tedesca Akg Images, pubblicata il 27 agosto 2016 dal New York Times nell’articolo di Alissa J. Rubin «From Bikinis to Burkinis, Regulating What Women Wear».

    @Musa Fotografia

  • A inizio anni Sessanta i jeans sono in Italia un vestito della sottocultura giovanile, visti dalle generazioni più anziane come simbolo di disordine e ribellione. Nel film del 1960 Urlatori alla sbarra Adriano Celentano canta «Blu jeans Rock»: «Ci volete proibire / Volete punirci / Perché portiamo i jeans / Senza mai considerar / Questa nostra età».

    @Rai Play

  • Nella Cina della Rivoluzione Culturale (1966-1968) l’abbigliamento di ragazzi e ragazze delle Guardie rosse non è una divisa standard ma un insieme di abiti da lavoro e militari. Mao Zedong in una poesia del 1961 aveva scritto: «Le figlie della Cina sono ambiziose, amano le loro uniformi da battaglia, non le sete e i rasi».

    @Wikipedia

  • Jeans e capelli lunghi erano mal visti e spesso proibiti nei regimi del “socialismo reale”, diventando così il tratto distintivo di chi si opponeva loro, come un giovane Viktor Orbán che vediamo in questa foto prendere la parola ad una manifestazione nel 1989.

    @Il Post

  • L’8 gennaio 1936 un decreto dello Scià di Persia Reza Pahlavi mise al bando l’uso dell’hijab (il velo islamico) per le donne, nello stesso giorno sua moglie e le sue figlie parteciparono ad una cerimonia pubblica indossando cappelli e non veli, come rappresentato in questa foto. L’obbligo venne spesso imposto con la forza e restò in vigore fino al 1941.

    @Wikipedia

  • Con la presa del potere da parte dell’Ayatollah Khomeini nel 1979, la neonata Repubblica Islamica dell’Iran cercò di imporre alle donne il velo, scontrandosi con una vasta opposizione, come la manifestazione in questa foto. Nel luglio 1981, in seguito alla sconfitta delle forze di sinistra, fu introdotto un editto che imponeva il velo obbligatorio in pubblico.

    @Wikipedia

  • Il 16 settembre 2022 a Teheran la giovane curdo-iraniana Mahsa Amini (il cui vero nome era quello curdo di Jina) venne assassinata dalla “polizia morale” del regime per non aver indossato il velo in maniera regolamentare. La sua morte segnò l’iniziò del movimento di protesta “Donna, vita, libertà”, sanguinosamente represso.

    @Il Post

  • Il 18 ottobre 2023 all’interno del Parlamento Europeo è stato vietato all’europarlamentare Manu Pineda di indossare in aula la kefiah, indumento arabo portato in solidarietà con il popolo palestinese. Lo stesso divieto vale nelle scuole di Berlino.

    @El Confidencial

  • Dal 2004 è vietato per legge indossare nelle scuole francesi capi di vestiario e accessori considerati simboli religiosi, siano essi hijab, kippah, turbanti o crocifissi. Nell’agosto 2023 il divieto è stato esteso all’abaya, la tunica femminile utilizzata nel mondo arabo.

    @Wikipedia

  • Secondo un sondaggio di Skuola.it del settembre 2025 in Italia solo uno studente/studentessa su cinque aveva completa libertà sul proprio vestiario e look nelle aule scolastiche. Le proibizioni hanno il fine di spingere a vestirsi “in maniera adeguata alla scuola” ma riguardano soprattutto il vestiario delle ragazze più che quello dei ragazzi.

    @Skuola.it